Viminale difende il protocollo Albania, ma i costi del Cpr di Gjader fanno discutere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre il governo italiano lo definisce un "investimento fondamentale" e un "modello apprezzato in Europa", il protocollo con l'Albania torna sotto i riflettori per i costi esorbitanti legati al Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) di Gjader. Secondo un'analisi condotta da ActionAid e Università di Bari, nei primi mesi di operatività sono stati spesi 114mila euro al giorno per detenere venti persone, tutte poi rilasciate nel giro di poche ore. Una spesa che, secondo le opposizioni, dimostrerebbe l’inefficacia di un sistema presentato invece come soluzione strutturale alla gestione dei flussi migratori.

Fonti del Viminale ribadiscono che l’intesa con Tirana rappresenta una "risposta concreta" alle sfide dell’immigrazione, in linea con le nuove normative Ue che entreranno in vigore nel 2025. "Una volta a regime – sottolineano – si ridurranno drasticamente i costi dell’accoglienza e si accelereranno i rimpatri". Ma i dati diffusi ieri raccontano una fase iniziale tutt’altro che efficiente: 570mila euro pagati dalla Prefettura di Roma alla società Medihospes per appena cinque giorni di effettiva operatività, con cifre che hanno scatenato aspre critiche.

Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha attaccato frontalmente il premier Giorgia Meloni: "Dopo anni di polemiche sui 35 euro al giorno per l’accoglienza, oggi scopriamo che nei centri albanesi si spendono 114mila euro al giorno". Un paradosso, secondo l’opposizione, che metterebbe in luce non solo lo sperpero di risorse pubbliche, ma anche l’inadeguatezza di una strategia basata sulla detenzione extraterritoriale.

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