Il Cpr in Albania adesso si riempie, e il protocollo dimostra i suoi effetti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è un flop, o almeno non lo è più nei termini in cui se ne è discusso per mesi. Il centro di Gjader, in Albania, quella struttura costata all’Italia centinaia di milioni di euro e al centro di un dibattito politico che ne ha spesso decretato l’insuccesso prima ancora di vederlo operare, conta in questi giorni novanta migranti trattenuti in attesa di espulsione. Una cifra che, se rapportata ai numeri esigui dei trasferimenti delle settimane scorse — quando si parlava di poche decine di persone e di continui rinvii disposti dai giudici — segna un’inversione di tendenza piuttosto netta. Il governo, nelle ultime due settimane, ha trasferito circa settanta persone dai Cpr italiani, e tra queste ci sono anche migranti che in Albania c’erano già stati, rispediti in Italia e ora nuovamente accompagnati oltre Adriatico. Un viavai che potrebbe apparire paradossale, ma che di fatto sta saturando la struttura.

La macchina dei rimpatri e il nodo della giurisdizione

Il Protocollo con Tirana, va ricordato, non era stato pensato originariamente come un centro di permanenza per i rimpatri, ma come hub per il trattamento delle domande d’asilo in procedura accelerata. Poi sono arrivate le sentenze, i ricorsi, e i giudici che in più occasioni hanno bocciato i trattenimenti, ordinando il rientro in Italia di chi era stato trasferito. La magistratura, in particolare la Corte d’Appello di Roma e successivamente la Cassazione, ha sollevato più di un dubbio sulla compatibilità del modello Albania con il diritto europeo, chiedendo pareri alla Corte di Giustizia dell’Unione e, di fatto, bloccando sul nascere l’operatività del centro. Ora però qualcosa è cambiato, o forse no. Perché se è vero che le aule giudiziarie continuano a occuparsi del caso, e che la Corte di Giustizia Ue deve ancora esprimersi su alcuni punti cruciali, è altrettanto vero che il governo ha deciso di accelerare, trasferendo comunque uomini e donne. E lo ha fatto a un mese dal referendum sulla giustizia, quasi a voler dimostrare che i Cpr possono funzionare, e funzionare bene, se solo si superano quelli che l’esecutivo definisce “ostacoli pretestuosi”. Il sospetto di molti, naturalmente, è che si tratti di una mossa propagandistica, di un modo per riempire Gjader in vista della consultazione popolare, mostrando ai cittadini che il tanto vituperato Protocollo in realtà produce risultati.

Un centro conteso tra numeri e ideologie

La sinistra, che per mesi ha denunciato lo spreco di denaro pubblico — si parla di circa ottocento milioni in cinque anni — e l’inefficienza di una struttura costosissima e semivuota, adesso si trova davanti a un Cpr pieno. E non può più raccontare la storia del buco nell’acqua. Certo, i critici obiettano che quei novanta migranti sono stati prelevati da altri centri italiani, e che quindi non si tratta di nuovi rimpatri ma di un semplice spostamento di persone da una struttura all’altra, con costi aggiuntivi e nessun beneficio reale in termini di espulsioni. Ma il governo ribatte che il sistema funziona, che i rimpatri effettivi sono aumentati e che senza i continui interventi della magistratura, spesso definita “politicizzata”, i numeri sarebbero ben più alti. La premier Giorgia Meloni, del resto, non ha mai fatto mistero di voler trasformare il modello Albania in un esempio per l’Europa intera, e questi novanta migranti, per quanto pochi possano sembrare rispetto ai tremila posti disponibili, rappresentano una vittoria politica. Una vittoria raccontata anche dal “Giornale”, che in prima pagina parla di un centro che “funziona” e di un sondaggio che manderebbe in tilt i Cinque Stelle, mentre sullo sfondo, quasi a fare da cornice, c’è il Festival di Sanremo di Carlo Conti e un’Ucraina che chiede ancora attenzione.

Sanremo e l’Albania, due festival a confronto

Ed è curioso, in queste ore, il parallelo che alcuni osservatori fanno tra la settimana sanremese e quanto accade a Gjader. Perché se in Liguria Carlo Conti inaugura il suo Festival, in Albania c’è un altro tipo di spettacolo, ben più triste e complesso. Quasi un centinaio di migranti, chiusi in un centro in terra straniera, attendono di conoscere il loro destino, il paese in cui verranno rispediti. E mentre i “compagni anti-Meloni”, come vengono chiamati, tornano dalle loro missioni in Albania con le solite denunce di sprechi e violazioni, si trovano davanti una struttura piena. Il paradosso è servito: ciò che per mesi hanno definito un fallimento, adesso esiste, opera, trattiene. E lo fa in attesa che la Cassazione e la Corte europea chiariscano definitivamente se sia legittimo o meno. Nell’attesa, però, i migranti ci sono. E questo, per un governo che ha fatto della lotta all’immigrazione clandestina uno dei suoi cavalli di battaglia, è già un risultato.

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