Il governo rilancia i Cpr in Albania tra dubbi giuridici e polemiche
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Redazione Interno
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ROMA – Quattro decreti legge, tre disegni di legge e un decreto legislativo: questo il bilancio di un Consiglio dei ministri convocato in fretta, con l’obiettivo principale di rilanciare – ancora una volta – l’accordo con l’Albania per i centri di trattenimento dei migranti. Una partita che, nonostante i tentativi di dare una svolta, continua a sollevare interrogativi legali e pratici. Se inizialmente le strutture di Shëngjin e Gjader erano state presentate come soluzione temporanea per i soccorsi in mare, ora il governo punta a trasformarle in veri e propri Cpr, dove trasferire anche i richiedenti asilo già presenti in Italia e in attesa di espulsione.
La mossa, sostenuta con forza dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, mira a riempire strutture rimaste finora deserte, aggirando le resistenze dei giudici e le critiche delle organizzazioni per i diritti umani. Ma il percorso è tutt’altro che semplice. Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica e giudice del Tribunale di Roma, ricorda che un trasferimento coatto verso un Paese terzo violerebbe le norme internazionali, a meno che il migrante non acconsenta liberamente. Una posizione che rischia di bloccare sul nascere l’ultima versione del piano, dopo che già in precedenza i tribunali avevano respinto le prime convalide dei trattenimenti.
Intanto, l’esecutivo corre ai ripari con un nuovo decreto che, di fatto, equipara Gjader a un centro di permanenza italiano, seppur fuori dai confini nazionali. Un tentativo di aggirare le pronunce sfavorevoli, ma che riapre il dibattito sull’effettiva applicabilità di accordi bilaterali in materia di immigrazione. Se da un lato il premier Edi Rama ha garantito piena collaborazione, dall’altro rimane incerto come verranno gestiti i trasferimenti, considerata l’assenza di un quadro normativo chiaro.




