«Cpr di Torino, condanna per la direttrice. E il ddl immigrazione rilancia i trasferimenti in Albania»
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Redazione Interno
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Il disegno di legge varato mercoledì in Consiglio dei ministri, e sul quale il governo preme affinché le Camere si esprimano in tempi rapidi, poggia su un’impalcatura che rende più spedite le espulsioni – e in questo quadro il riferimento esplicito alla possibilità di condurre i migranti soccorsi anche in Paesi terzi rilancia di fatto il protocollo con l’Albania, quello dei centri di Shengjin e Gjader costati allo Stato, secondo alcune stime, oltre seicentosettanta milioni di euro in cinque anni -2-9 – mentre contemporaneamente si irrigidiscono le maglie dei ricongiungimenti familiari, fino a ipotizzare barriere reddituali più alte per chi vuole fare arrivare i parenti -1.
Si tratta, questo è il punto, di un impianto che le organizzazioni non governative definiscono punitivo e al quale Sea Watch ha già risposto annunciando l’imminente impiego di una terza unità navale, la quale andrà ad affiancare Sea Watch 5 e la Aurora; una scelta, quella della Ong, che significa disobbedienza esplicita alla minaccia del blocco navale – misura che il testo introduce fino a sei mesi in situazioni di emergenza – e che al contempo riaccende il confronto sul diritto del mare, dal momento che, come i portavoce della stessa organizzazione hanno ribadito, non si intende violare le convenzioni internazionali partecipando a operazioni di respingimento -4.
La condanna per la morte di Moussa Balde e le contraddizioni emerse in aula
Proprio mentre il Parlamento si accinge a esaminare il pacchetto normativo, arriva dalla procura di Torino una sentenza che investe in pieno la gestione concreta dei centri di permanenza: Annalisa Spataro, all’epoca dei fatti responsabile per conto di Gepsa all’interno del Cpr di corso Brunelleschi, è stata condannata a un anno di reclusione – pena sospesa – per omicidio colposo in relazione al suicidio di Moussa Balde, il ventenne guineano che il 23 maggio 2021 si tolse la vita recluso in quella che è stata definita la cella pollaio dell’ospedaletto. Durante il dibattimento, che ha visto imputato anche il medico della struttura Fulvio Pitanti, sono affiorati elementi che la difesa della Spataro aveva tentato di ridimensionare: la donna, la quale in aula ha paragonato il suo ruolo a quello di una receptionist, sosteneva di non avere voce in capitolo sui trasferimenti, salvo poi emergere – da un audio della garante dei detenuti Monica Gallo e dalle testimonianze di alcuni agenti della polizia – che fu lei stessa a disporre l’isolamento di Balde nella stanza in cui morì.
A pesare, nel racconto dei familiari ascoltati come parti civili, c’è anche l’assenza totale di comunicazione da parte delle autorità italiane: la madre, il fratello e la sorella di Moussa hanno riferito di avere appreso della morte tramite amici e di avere visto per la prima volta il figlio rinchiuso in un Cpr solo in seguito, poiché nessuno – né il governo né i gestori – aveva informato la famiglia né del trasferimento dalla accoglienza diffusa al trattenimento, né tantomeno del decesso -10. Erano rimasti, loro, con l’immagine del ragazzo che telefonava dalla Libia dicendo di essere stato preso nell’acqua e che studiava italiano, prima che i mesi di silenzio e una videochiamata in cui appariva sofferente e con i capelli lunghi – perché, spiegò, faceva troppo freddo per tagliarli – rivelassero il graduale deterioramento delle sue condizioni psicologiche -10.
Le lacune del ddl e la strategia della deterrenza
Sul piano legislativo, l’accelerazione impressa dall’esecutivo si scontra con i rilievi sollevati da alcuni costituzionalisti, i quali segnalano il rischio che talune disposizioni – soprattutto quelle relative ai respingimenti verso Paesi terzi e alla durata del blocco navale – possano forzare i vincoli della Carta costituzionale e del diritto internazionale, oltre che del nuovo Patto Ue sulle migrazioni la cui entrata in vigore è attesa nei prossimi mesi. La premier ha auspicato che il Parlamento approvi velocemente il testo, ma le opposizioni annunciano battaglia in aula; nel frattempo il governo ha ribadito, attraverso il vertice intergovernativo con il primo ministro albanese Edi Rama, la volontà di rendere operativi a tutti gli effetti i centri in territorio albanese, nonostante i precedenti tentativi siano stati bloccati dalla magistratura a causa della lista dei Paesi sicuri e dei costi ritenuti sproporzionati.
La cosiddetta strategia della deterrenza, che costituisce il perno attorno a cui ruota l’intero impianto, viene dunque declinata su più livelli: espulsioni facili, ricongiungimenti difficili, trattenimenti prolungati e la minaccia – resa concreta dal rinvio all’Albania – di processare le richieste d’asilo al di fuori del territorio nazionale. Sea Watch, dal canto suo, replica portando in mare un’altra nave; e i giudici torinesi, con la sentenza di condanna per la morte di Moussa Balde, hanno nel frattempo certificato che l’isolamento in quelle strutture, quando è privo di adeguate valutazioni psicologiche e di tutele sanitarie, può diventare una cella senza ritorno -3-10.




