Omicidio a Ravenna, il giallo del certificato che evitò il Cpr alla vittima

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scia di sangue, quella vera, fisica, che dalla notte si allunga sull’asfalto della Darsena fino a perdersi sotto le telecamere dell’Autorità portuale, racconta molto più di un semplice inseguimento. Perché a Ravenna, dove un 29enne di nome Moussa Cisse è stato ucciso a coltellate all’alba, il movente giudiziario s’intreccia con un retroscena destinato a pesare come un macigno nelle indagini: la vittima, si scopre ora, era tra i trentaquattro stranieri che avevano ottenuto un certificato di non idoneità al Cpr – quei centri di permanenza per i rimpatri che nessuno vuole nominare – ritenuto fasullo dalla Procura. L’aggressione, avvenuta poco dopo le quattro in zona Darsena, non è quindi soltanto l’epilogo di una lite tra senza fissa dimora, ma il punto d’arrivo di una vicenda più ampia, già al centro di un’inchiesta della squadra Mobile su falsi documenti medici.

Il certificato contestato e il ruolo dei medici indagati

Secondo l’ordinanza del Gip Federica Lipovscek, che di recente ha disposto provvedimenti interdittivi della professione per otto medici indagati a vario titolo per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio, le analisi del sangue e del torace di Cisse non avevano evidenziato alcuna patologia. Un dettaglio, quest’ultimo, che trasforma il documento – quello che gli aveva permesso di evitare la reclusione amministrativa in un Cpr – in un elemento decisivo per comprendere il contesto in cui il 29enne si muoveva. La Procura, dal canto suo, ritiene che quei trentaquattro certificati siano falsi sulla base delle verifiche compiute dalla Mobile; eppure, nessuno di questi risparmiò la vittima dalla lama che lo ha raggiunto mentre cercava di allontanarsi, più volte fermandosi a riprendere fiato lungo il percorso.

La ricostruzione della fuga e il valore delle immagini

Tutto comincia in un edificio abbandonato, gli ex Silos Granari del Candiano, accanto a un casolare che da tempo offre riparo a chi non ha dimora. Da lì, la violenza si è snodata per centinaia di metri: una colluttazione, poi la fuga, poi ancora un che lascia una traccia visibile – una scia di sangue – fino alla pista ciclabile e sotto la sede dell’Autorità portuale. Qui, le telecamere puntano a 360 gradi sull’angolo. L’aggressione e la successiva fuga potrebbero dunque essere state immortalate, mostrando non solo la sequenza della colluttazione, ma anche se i due stranieri abbiano lottato a più riprese durante il tragitto, oppure se entrambi abbiano tentato di separarsi prima di cedere alle lesioni riportate. Di certo, lungo quel percorso il 29enne deve essersi fermato più di una volta, provando a recuperare le forze che lo stavano abbandonando.

Un morto e un ferito, il killer fermato

Le indagini, condotte senza clamori ma con la lentezza che i rilievi scientifici impongono, hanno portato all’identificazione del presunto aggressore, un uomo già fermato dalle forze dell’ordine. Un morto e un ferito, dunque, nel cuore della Darsena ravennate. E mentre la città si interroga – senza trovare risposte facili – sul senso di un ennesimo episodio di sangue legato alla marginalità, resta il peso di un certificato ritenuto fasullo che aveva tenuto lontano Cisse dal Cpr. Nessuna generalizzazione, nessuna sentenza: solo il lavoro della magistratura, che dovrà chiarire se quei documenti siano stati un’ancora di salvezza per chi non aveva nulla, oppure un ingranaggio rotto in un meccanismo già inceppato. Le telecamere dell’Autorità portuale, intanto, potrebbero aver già scritto la parola fine su questo capitolo, senza bisogno di altre ipotesi.

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