Il sindaco di Ravenna attacca i ministri: "Parole improvvide, non si processino i medici sui giornali"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda giudiziaria che ha scosso il reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Ravenna, dove nella giornata di venerdì tredici febbraio i carabinieri hanno eseguito una perquisizione informatica che ha portato all'iscrizione di almeno sei medici nel registro degli indagati, assume ora i contorni di uno scontro istituzionale. Il nucleo dell'indagine, coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, verte su presunte irregolarità nella compilazione di certificati medici, quelli che l'ordinamento prevede per valutare l'idoneità dei cittadini stranieri irregolari al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) e al successivo rimpatrio aereo. L'ipotesi accusatoria, che naturalmente dovrà trovare riscontri oggettivi nel prosieguo delle indagini e che al momento si basa su elementi ancora al vaglio della procura, riguarda il reato di falso ideologico; si sospetta, infatti, che in alcune circostanze i sanitari abbiano attestato condizioni di salute, come patologie infettive o disturbi psichici, in modo da configurare una situazione di incompatibilità con la permanenza nei centri, vanificando di fatto i provvedimenti di espulsione.

La replica del primo cittadino: "Prudenza e cautela, non colpevoli cercasi"

Sulla vicenda è intervenuto con una nota molto netta il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, il quale ha preso le distanze da quelle che definisce "dichiarazioni improvvide" provenienti da alcuni membri dell'esecutivo. Il primo cittadino, pur premettendo di nutrire "piena fiducia nel lavoro della magistratura", cui spetta l'accertamento di eventuali responsabilità individuali, ha voluto allargare il focus oltre il perimetro dell'inchiesta. A suo avviso, le modalità con cui certi ministri hanno commentato la notizia rappresentano un vulnus al principio della presunzione di innocenza; "servirebbero prudenza e cautela", ha dichiarato Barattoni, ricordando come invece, in questo frangente, si sia assistito a una vera e propria individuazione pubblica di colpevoli, con i medici del reparto additati all'opinione pubblica quali responsabili di tutte le inefficienze ascrivibili al sistema dei rimpatri.

La critica del sindaco si appunta in particolare sulla figura del ministro Matteo Salvini e del collega Matteo Piantedosi, rei, a suo dire, di un silenzio assordante in passato, anche dinanzi a condanne che hanno coinvolto membri dello stesso esecutivo o a fronte di tragedie consumatesi all'interno dei Cpr, dove in alcune circostanze si sono registrati decessi e conseguenti procedimenti per omicidio colposo a carico di personale sanitario. Barattoni ha voluto sottolineare come i ruoli debbano rimanere distinti e ben definiti in uno stato che si definisce di diritto: "le forze di polizia si devono occupare di sicurezza, i medici di salute, chi indaga di giustizia e chi governa dovrebbe fare in modo che i diritti delle persone, così come quelli degli operatori di polizia e sanitari, vengano garantiti". Non tocca ai camici bianchi, ha aggiunto il primo cittadino, farsi carico delle carenze strutturali e procedurali che rendono complicate le espulsioni, né tantomeno sopperire con il proprio operato a ciò che non funziona a monte.

La posizione della categoria e i casi finiti al vaglio

Sulla questione è intervenuta con decisione anche la Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), nella persona del presidente Filippo Anelli, che ha espresso solidarietà ai colleghi ravennati, sottoposti al "trauma della perquisizione alle prime luci dell'alba". Anelli ha voluto ribadire un concetto che appare cardine in tutta la vicenda: il medico non deve essere trasformato in un controllore dell'ordine pubblico, poiché il suo compito esclusivo è la tutela della salute della persona che ha di fronte, senza alcuna discriminazione. In una nota congiunta, gli Ordini dei medici dell'Emilia-Romagna hanno chiarito come la visita per la valutazione dell'idoneità al trattenimento in un Cpr debba avvenire secondo criteri rigorosamente clinici e che il professionista non "autorizza" il trattenimento, ma si limita ad attestare se, al momento dell'esame, sussistano condizioni di fragilità o patologie incompatibili con quel tipo di struttura.

Mentre la procura prosegue gli accertamenti, setacciando dispositivi e messaggi alla ricerca di elementi utili a comprendere le dinamiche dei presunti illeciti, emergono dalle cronache locali alcuni casi che potrebbero aver dato impulso all'indagine. Tra questi, viene riportata la vicenda di un venticinquenne senegalese irregolare, fermato a gennaio con l'accusa di molestie, che non poté essere condotto in un Cpr perché giudicato non idoneo dai medici, e quella di un ventiseienne gambiano, responsabile di danneggiamenti, per il quale venne espressa una valutazione analoga. Resta da chiarire, e sarà compito degli inquirenti farlo, se i certificati relativi a questi episodi siano riconducibili ai medici finiti nel registro degli indagati e se in quei giudizi clinici si annidi un disegno fraudolento oppure solo l'applicazione scrupolosa, ma magari contestabile, di protocolli sanitari.

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