L'ultimatum di Trump e la controffensiva social: “Abbiamo perso le chiavi”, le ambasciate iraniane rispondono con l'IA e il sarcasmo
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Redazione Esteri
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La comunicazione istituzionale, si sa, è da sempre terreno di scontri e strategie; ma quando a uscire dagli schemi sono interi corpi diplomatici, che abbandonano i tradizionali comunicati per abbracciare il linguaggio brutale dei meme, significa che qualcosa è cambiato per sempre nelle relazioni internazionali. Le ambasciate iraniane sparse per il globo, dalla Bulgaria al Sudafrica, hanno risposto all'ultimatum di Donald Trump sulla riapertura dello Stretto di Hormuz con una salva di post ironici e provocatori, capaci di innescare una polemica internazionale che mette in difficoltà la macchina della comunicazione occidentale. Il messaggio, rilanciato in particolare dalla sede dello Zimbabwe, è tanto semplice quanto beffardo: "Abbiamo perso le chiavi", si legge, quasi a voler minimizzare le pressioni del presidente americano. Una risposta, questa, che non lascia spazio a fraintendimenti sullo stato d'animo di Teheran, la quale preferisce ridicolizzare l'avversario piuttosto che subire passivamente le sue minacce.
Un’immagine vale mille missili: quando lo stretto diventa una gabbia
Non si tratta soltanto di parole, beninteso, perché l’offensiva social iraniana sfrutta a pieno la potenza del visuale e dell’intelligenza artificiale. L’ambasciata in Bulgaria, ad esempio, ha pubblicato un’immagine ormai virale in cui il presidente Trump appare letteralmente strozzato dalla gola dello Stretto di Hormuz, mentre cerca invano di riaprire un varco che gli si chiude addosso. Questa rappresentazione grafica, al di là della sua immediatezza, rivela una tattica precisa: quella di ribaltare il senso di accerchiamento subito dall’Iran, trasformando la pressione militare in una trappola mediatica per gli stessi Stati Uniti. A completare il quadro, troviamo l’uso spregiudicato di video in stile Lego o di animazioni generate dall’IA che ritraggono un Trump caricaturale e un Netanyahu in fuga, contenuti che spopolano su X e Instagram e che, di fatto, "sdogana" la propaganda bellica in una chiave grottesca e inquietantemente efficace.
L’IA come arma di distrazione di massa: tra finzione e realtà
C’è però un aspetto più sinistro in questa deriva comunicativa, che va al di là del semplice sfottò politico. Il conflitto in corso, alimentato dagli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti, ha generato un’ondata senza precedenti di falsi storici e disinformazione generata artificialmente. Le piattaforme social sono invase da video e fotografie che mostrano scene di distruzione mai avvenute, caserme in fiamme o aerei abbattuti, creando una nebbia informativa fitta che rende quasi impossibile distinguere il vero dal falso. Se da un lato Teheran utilizza questi strumenti per vantare successi militari inesistenti e mostrarsi resiliente nonostante i bombardamenti subiti, dall’altro Washington sembra aver perso quella battaglia culturale che, paradossalmente, avrebbe dovuto dominare grazie alla sua industria hollywoodiana. L’America, come osserva qualcuno, "sta vincendo la guerra per il controllo dei cieli, ma sta perdendo quella della propaganda", e i video dei Lego ne sono la prova più lampante.
L’effetto "boomerang" della comunicazione trumpiana
Non si può comprendere appieno la portata del fenomeno senza notare un curioso cortocircuito: l’amministrazione Trump, da sempre avvezza all’uso dei social come clava politica, si è vista restituire la stessa medicina. I diplomatici iraniani, infatti, hanno abilmente ricalcato lo stile comunicativo del presidente americano – fatto di hashtag, iperboli e attacchi diretti – per usarlo contro di lui. Dalla citazione di Mark Twain ("Meglio restare in silenzio e sembrare stupidi che aprire bocca e togliervi ogni dubbio") pubblicata dall’ambasciata di Londra, fino alla provocazione sull’emendamento costituzionale americano lanciata dalla sede sudafricana, i diplomatici della Repubblica Islamica hanno dimostrato una disinvoltura nell’uso del linguaggio digitale che spiazza gli osservatori occidentali. E mentre Trump minaccia di radere al suolo le infrastrutture nemiche, dall’altra parte dello schermo gli rispondono con una faccina che ammicca o con un’immagine che ritrae una bara avvolta nella bandiera a stelle e strisce che galleggia nello Stretto. È la guerra del nuovo millennio, combattuta con i tasti della tastiera e i prompt dell’intelligenza artificiale.




