Pensioni, il big bang slitta ancora: la riforma rimane un tabù per la legge di Bilancio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La manovra finanziaria per il prossimo anno, nonostante le premesse di una possibile linearità data dal suo contenuto complessivamente neutro, si appresta a vivere la consueta maratona parlamentare natalizia, lasciando presumere che dei tentativi di rivedere il capitolo pensionistico rimarrà ben poco. Un silenzio, quello sulle pensioni, che equivale a una scelta precisa, poiché rinvia ancora una volta l’avvio di quella riforma strutturale, il cosiddetto “big bang”, attesa ormai da un decennio e sempre annunciata come imminente. Le trattative si concentrano piuttosto su misure di corto respiro, mentre la questione di fondo, che riguarda la sostenibilità di un sistema basato sulla spesa corrente, continua a essere aggirata, nonostante gli allarmi ricorrenti sugli squilibri dei conti dell’Inps.

Una generazione in bilico tra contributi versati e ritocchi all’età

C’è una fetta di lavoratori, specialmente tra i dipendenti pubblici, che si trova a fare i conti con un futuro incerto, dopo aver maturato, come richiesto, quarant’anni di contributi. A costoro, negli ultimi tempi, è stato prospettato il rischio concreto di dover pagare un ulteriore prezzo, quello di un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile, una misura contemplata tra le bozze della Legge di Bilancio e poi ritirata. Le proposte che ciclicamente affiorano, infatti, puntano sistematicamente a posticipare l’uscita dal mondo del lavoro, scoraggiando di fatto il pensionamento, una strategia che risulta essere l’unica costante in un dibattito altrimenti frammentario. Lo scenario è quello di un sistema che, per mantenere la propria tenuta, continua a chiedere sacrifici a chi è prossimo alla meritata quiescenza, spostando in avanti il traguardo.

Il corto circuito tra promesse politiche e realtà dei conti

La storia recente delle pensioni in Italia è costellata di annunci a effetto, spesso in prossimità di scadenze elettorali, che hanno finito per creare aspettative difficilmente conciliabili con i vincoli di bilancio. Dalle promesse in lire di portare le pensioni minime a “un milione” a quelle, più recenti, di garantire assegni da “mille euro”, il divario tra le dichiarazioni in campagna elettorale e la cruda realtà dei conti previdenziali si è fatto sempre più ampio. Questo corto circuito, come sottolineano alcuni osservatori, ha contribuito a rendere più opaco il dibattito, alimentando attese che poi si scontrano con la necessità di trovare coperture, innescando un meccanismo per cui le misure più urgenti e impopolari vengono rimandate di manovra in manovra, in attesa del momento politicamente più conveniente per affrontarle.

L’allarme degli esperti: senza crescita salariale il sistema vacilla

La posta in gioco, al di là degli annunci e dei rinvii, è la sopravvivenza stessa del sistema previdenziale, come segnalato da autorevoli voci del giuslavorismo. Il professore Pietro Ichino, interpellato sulla materia, ha lanciato un monito chiaro: senza un aumento generalizzato dei salari, che alimenti i contributi versati, non sarà possibile garantire il pagamento delle pensioni future. La soluzione, quindi, non si limiterebbe al solo innalzamento dell’età, ma passerebbe da un deciso incremento dell’occupazione, con interventi mirati a colmare il gap di partecipazione femminile e ad assorbire l’elevata disoccupazione giovanile. È un cambio di paradigma che richiederebbe politiche attive del lavoro di ampio respiro, un terreno su cui l’azione legislativa stenta a produrre risultati tangibili e duraturi, preferendo spesso interventi tampone.

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