G7 e global tax, l'accordo che esenta le big tech Usa: Giorgetti parla di "onorevole compromesso"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La global minimum tax, l’imposta del 15% sui profitti delle multinazionali concepita dall’Ocse per ridurre la concorrenza fiscale tra Stati, subisce una svolta dopo l’intesa raggiunta al G7. Le grandi aziende statunitensi – molte delle quali operanti nel settore tech – saranno infatti escluse dall’applicazione della norma, come richiesto dall’amministrazione Trump, che ha ottenuto il via libera dei sette paesi più industrializzati.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha definito l’accordo un «onorevole compromesso», sottolineando come la cosiddetta “soluzione parallela” proposta dagli Stati Uniti abbia permesso di salvaguardare i principi alla base della riforma fiscale internazionale. Il meccanismo, ribattezzato side-by-side, riconosce le regole già esistenti negli Usa in materia di tassazione minima, evitando così che le imprese americane siano soggette a doppi obblighi.

In cambio, Washington si è impegnata a modificare il One, Big Beautiful Bill, il disegno di legge finanziaria in discussione al Congresso, eliminando le imposte punitive sugli investimenti esteri provenienti da Paesi con regimi considerati discriminatori verso le corporation a stelle e strisce. Una mossa che, secondo il comunicato della presidenza canadese del G7, garantisce «maggiore stabilità al sistema fiscale internazionale».

Nonostante l’accordo sia stato presentato come un successo diplomatico, è difficile ignorare il ruolo decisivo dell’elezione di Donald Trump, che ha di fatto sepolto l’originaria proposta sostenuta – seppur tiepidamente – da Joe Biden. Il Congresso, infatti, non aveva mai ratificato la global tax, e con il ritorno della Casa Bianca in mano repubblicana, ogni speranza di applicazione uniforme è svanita.

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