Allarme olio d’oliva in Puglia e Calabria: scatta la richiesta di crisi
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Redazione Interno
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L’allarme olio d’oliva in Puglia e Calabria nasce dalle oltre 200.000 tonnellate di prodotto della passata stagione ancora stoccate tra frantoi oleari e cooperative agricole italiane. Le giacenze di olio invenduto rappresentano il principale elemento di difficoltà per un settore che aveva conservato il prodotto nella speranza di una ripresa delle quotazioni dopo i primi segnali di calo dei prezzi all’inizio del 2025. Dopo circa un anno e mezzo, però, la svolta attesa non si è verificata e la situazione resta complicata per gli operatori coinvolti.
Il comparto olivicolo-oleario italiano sta affrontando una fase delicata a causa del peso delle scorte ferme e delle difficoltà legate alla vendita dell’olio già prodotto. A evidenziare il problema è Unapol, l’Unione nazionale associazioni produttori olivicoli, che sostiene la richiesta degli assessori all’Agricoltura di Puglia e Calabria, Francesco Paolicelli e Gianluca Gallo, per il riconoscimento formale dello stato di crisi del settore da parte del ministero dell’Agricoltura. La richiesta arriva in un contesto segnato dalle giacenze della precedente campagna, dal calo dei prezzi e dall’aumento dei costi.
Le scorte di olio invenduto pesano su frantoi e cooperative
Le quantità accumulate durante la passata campagna rappresentano il nodo centrale dell’allarme che riguarda l’olio d’oliva italiano. I produttori avevano scelto di immagazzinare il prodotto nei primi mesi del 2025, quando erano emersi i segnali di una riduzione delle quotazioni, aspettando un possibile recupero del mercato. Le previsioni di una ripresa dei prezzi, però, non hanno trovato conferma e le scorte sono rimaste ferme nei depositi, aumentando la pressione sulle realtà che operano nella filiera.
La presenza di oltre 200mila tonnellate di olio ancora stoccate coinvolge direttamente frantoi oleari e cooperative agricole, che si trovano a gestire prodotto non ancora collocato sul mercato. La situazione viene collegata anche all’aumento dei costi e al crollo dei prezzi, elementi che hanno contribuito a rendere più difficile l’attività degli operatori del settore. Le difficoltà riguardano quindi la gestione delle scorte accumulate e le condizioni economiche della filiera olivicola.
Il tema delle giacenze è diventato centrale nel confronto sul futuro dell’olivicoltura italiana, con particolare attenzione alle aree produttive di Puglia e Calabria. Le due regioni hanno chiesto il riconoscimento dello stato di crisi del comparto attraverso la posizione espressa dai rispettivi assessori all’Agricoltura. La richiesta si inserisce nella necessità di affrontare una fase caratterizzata dalla presenza di prodotto invenduto e dalla difficoltà di equilibrio tra costi sostenuti e andamento delle quotazioni.
La richiesta di stato di crisi per il settore olivicolo
Unapol ha rilanciato l’allarme del settore olivicolo-oleario sostenendo la richiesta avanzata da Puglia e Calabria al ministero dell’Agricoltura. L’obiettivo indicato è il riconoscimento formale dello stato di crisi, in relazione alle condizioni che stanno interessando produttori, frantoi e cooperative. Al centro della richiesta ci sono le scorte della precedente campagna, rimaste senza la ripresa delle quotazioni che gli operatori avevano atteso dopo la decisione di conservare il prodotto.
Il quadro descritto riguarda una fase complessa per l’olio d’oliva italiano, con il settore che deve fare i conti con diversi fattori contemporaneamente. Le giacenze elevate, il calo dei prezzi e l’incremento dei costi vengono indicati come elementi che stanno mettendo in difficoltà la filiera. La richiesta di intervento arriva quindi mentre il prodotto della passata stagione continua a rimanere stoccato e le imprese cercano una soluzione alla situazione creata dalle scorte invendute.
L’allarme lanciato per Puglia e Calabria riguarda dunque la gestione delle quantità ancora presenti nei magazzini e le conseguenze sulle attività legate alla produzione dell’olio d’oliva. Le oltre 200mila tonnellate ferme rappresentano il dato attorno al quale si concentra il confronto tra associazioni dei produttori e istituzioni agricole. La richiesta dello stato di crisi segnala la difficoltà del comparto nel superare una fase segnata dalla mancata ripresa delle quotazioni e dal peso del prodotto rimasto invenduto.
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