Saviano e le minacce dei casalesi: confermate le condanne, il pianto dello scrittore dopo 16 anni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quello di Roberto Saviano, tra gli applausi in aula, è stato un pianto di liberazione. Sedici anni dopo le minacce subite durante il processo "Spartacus", la corte d’Appello di Roma ha confermato le condanne per il boss Francesco Bidognetti e il suo avvocato, Michele Santonastaso, riconoscendo ancora una volta il carattere intimidatorio delle loro parole.

Era il 2008 quando, nel corso del dibattimento, Santonastaso lesse un documento redatto dal clan dei casalesi in cui si attaccavano duramente Saviano e la giornalista de Il Mattino Rosaria Capacchione, ritenuti "responsabili" delle eventuali condanne ai membri dell’organizzazione. Un atto che, come sottolineato dalla giustizia, costituiva una minaccia mafiosa vera e propria, aggravata dal contesto in cui era stata pronunciata: un’aula di tribunale, durante un processo di rilevanza nazionale.

"Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno", ha commentato Saviano, "ma dimostrano che la camorra, anche in tribunale, ha paura dell’informazione". Le lacrime dello scrittore, che ha abbracciato il suo legale al termine dell’udienza, sono state l’espressione di un sollievo atteso a lungo. La sentenza, che ribadisce quella emessa in primo grado nel 2021, condanna Bidognetti – già detenuto in regime di 41 bis dal 1993 – a un anno e sei mesi di carcere, e Santonastaso a un anno e due mesi.

Quel documento letto allora dall’avvocato, come ha ricordato Saviano, non era un semplice sfogo, ma un messaggio chiaro: i boss, invece di puntare il dito contro la politica, avevano scelto di colpire chi raccontava il loro potere criminale. "Misero nel mirino chi faceva informazione", ha aggiunto, "insinuando che saremmo stati noi, io e Rosaria Capacchione, i responsabili delle loro condanne".

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