Sigfrido Ranucci nel mirino di Cdr Tgr e Unirai per la frase “giornalisti deportati”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La scelta lessicale operata da Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, per descrivire il destino professionale di alcuni suoi collaboratori vincitori di un concorso pubblico, ha scatenato un immediato e duro confronto all'interno della stessa azienda di viale Mazzini. Il coordinamento dei Comitati di redazione delle Testate giornalistiche regionali, insieme al sindacato Unirai Liberi Giornalisti Rai-Figec, ha censurato senza mezzi termini l’utilizzo del termine “deportati”, impiegato dal giornalista per riferirsi a quei colleghi che, avendo superato la selezione, verranno assegnati alle redazioni periferiche della Tgr. Una parola, questa, ritenuta non solo inappropriata ma gravemente offensiva, se si considera il suo peso storico e il significato che evoca, in un dibattito che infiamma le cronache interne alla televisione pubblica.

L’origine della polemica affonda le radici in un post pubblicato da Ranucci, nel quale intendeva rettificare quanto riportato da alcune testate giornalistiche. Nel dettaglio, il conduttore ha specificato che i professionisti provenienti dalla sua trasmissione e risultati idonei sarebbero otto, e non due come sostenuto da una ricostruzione giudicata parziale. Di questi otto, ha spiegato Ranucci, ben sei, qualora accettassero la destinazione, sarebbero “deportati” nelle varie sedi regionali, un passaggio questo che ha immediatamente innescato la reazione degli organi di rappresentanza interna. Il Cdr del Tgr, in particolare, ha bollato la frase come inaccettabile, sottolineando come l'ingresso nelle redazioni locali rappresenti un traguardo professionale raggiunto per merito e non certo una punizione, men che meno un esilio forzato paragonabile a pratiche disumane.

A fare da contraltare alle rimostranze dei comitati redazionali si è inserita la nota di Unirai, il sindacato dei giornalisti Rai aderente alla Figec Cisal, che ha espresso una ferma indignazione per la piega presa dal discorso pubblico del collega. Nel mirino dell'organizzazione sindacale è finita la deriva lessicale del termine, considerato irrispettoso verso la memoria di chi ha realmente subito la deportazione e, al contempo, lesivo della dignità delle stesse redazioni regionali, presentate come una sorta di “confino” di basso rango. Una presa di posizione netta che arriva in un clima già reso teso dalle recenti dichiarazioni dello stesso Ranucci sui precari della sua trasmissione e sulla loro destinazione lavorativa.

La replica ironica di Ranucci e la posizione del Cda Rai

Alle critiche ricevute, Ranucci ha risposto con una battuta dai toni ironici, osservando come, suo malgrado, fosse riuscito a compiere l’impresa di ricompattare due sindacati storicamente divisi al loro interno. Una stoccata, la sua, che ha voluto smorzare la tensione ma che non ha certo placato gli animi di chi, nel frattempo, chiedeva maggiore rispetto per i colleghi e per le procedure aziendali. Sullo sfondo, infatti, rimane la complessa vicenda del concorso indetto dalla Rai per l'assunzione di 127 giornalisti, un’opportunità definita dal Consiglio di amministrazione come concreta e necessaria in un momento di crisi del settore editoriale, ma che Ranucci aveva in precedenza bollato come un “concorso-farsa” che avrebbe sottratto risorse umane preziose alla sua redazione.

Parallelamente alle tensioni interne, si registra l’intervento del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, il quale ha colto la palla al balzo per estendere l’attacco al conduttore di Report. Gasparri, noto per le sue frequenti critiche nei confronti della trasmissione di Rai Tre, ha definito quella di Ranucci l’ennesima prova di un delirio lessicale e comportamentale, auspicando che i vertici Rai facciano chiarezza su quelli che lui ritesserebbe veri e propri intrecci pericolosi tra giornalismo d’inchiesta e fughe di notizie da atti giudiziari. Un'offensiva politica che, se da un lato si inserisce nel solco di una polemica ormai annosa, dall'altro contribuisce ad alzare ulteriormente il livello dello scontro attorno alla figura del giornalista e al suo programma.

Il meccanismo del concorso e la mobilità interna

Tecnicamente, la questione nasce da un meccanismo di mobilità interna previsto dal bando di concorso, che premia i primi sette classificati consentendo loro di rimanere nella testata di provenienza, mentre tutti gli altri vengono destinati alle Tgr per completare l'organico. Dei diciotto collaboratori di Report che hanno partecipato alla selezione, solo due sono rientrati in questa ristretta cerchia di “privilegiati” che potranno trattenere il posto nella redazione degli approfondimenti, mentre gli altri sei, quelli definiti deportati, dovranno trasferirsi. Una procedura, quella del concorso pubblico, che i vertici aziendali hanno difeso con una nota ufficiale, nella quale si ribadisce la necessità di tutelare il lavoro delle commissioni e di evitare rappresentazioni distorte che finirebbero per danneggiare l'immagine di una Rai già provata da difficoltà interne e attacchi esterni.

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