Trump nomina Kevin Warsh alla presidenza della Fed, il banchiere dei due mondi tra continuità tecnica e rottura politica
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Redazione Economia
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Il presidente Donald Trump ha rotto gli indugi, e lo ha fatto nel modo che gli è più consono: un annuncio social, l’elogio iperbolico, la certezza di aver scelto “forse il più grande presidente della Fed di sempre”. Kevin Warsh, cinquantacinque anni, ex governatore della banca centrale dal 2006 al 2011, è ufficialmente il candidato alla successione di Jerome Powell, il cui mandato alla guida dell’istituzione scadrà nel maggio del 2026 -2-8-9. La nomina, che richiede ora il crisma del Senato, giunge al termine di un casting durato mesi, nel quale gli altri finalisti – Kevin Hassett, Christopher Waller e l’uomo di Wall Street Rick Rieder – sono via via sfilati lasciando spazio a un profilo che della Fed conosce i corridoi, i meccanismi e, soprattutto, le fragilità -1-8.
Ciò che rende questa scelta peculiare, e per certi versi paradossale, è la doppia anima che Warsh si porta dietro. Da una parte c’è il tecnico, il più giovane governatore mai entrato nel board, colui che nel 2008 operò da trait d’union tra la Fed e il sistema bancario in piena crisi finanziaria, contribuendo a orchestrare il salvataggio di Bear Stearns e il piano per AIG -8. Dall’altra, c’è il critico feroce delle politiche condotte da Powell e dai suoi: una voce che, negli ultimi anni e con crescente intensità, ha invocato un “cambio di regime” nella condotta monetaria, accusando l’attuale leadership di aver accumulato un “deficit di credibilità” e di aver sbagliato i tempi nella lettura della fiammata inflattiva post-pandemica -8.
Il punto di frizione, quello attorno al quale si giocherà la partita della conferma senatoriale e poi della stessa governabilità della Fed, risiede nella concezione stessa del mandato. Warsh, e questo è il cardine della sua attuale ortodossia, ha sposato l’idea che i tassi d’interesse possano e debbano scendere, allineandosi – almeno in apparenza – alle pressioni che Trump esercita ormai da mesi sulla banca centrale -6-8. Ma lo fa a una condizione, e qui sta la sofisticatezza della sua ricetta: a ogni riduzione del costo del denaro deve corrispondere un parallelo assottigliamento del bilancio della Fed. Meno bond in pancia all’istituto, meno liquidità parcheggiata in riserve, un ritorno – o almeno un avvicinamento – a quel regime di riserve scarse che precedeva il 2019 -6-8. Non si tratterebbe, dunque, di una mera sforbiciata ai tassi, bensì di una riorganizzazione strutturale della politica monetaria, un dosaggio tra strumenti tradizionalmente considerati alternativi che mira a sterilizzare i rischi inflazionistici attraverso la contrazione del bilancio.
Il nodo dell’indipendenza e le incognite della conferma
Sarebbe riduttivo, tuttavia, leggere la nomina come la semplice sostituzione di un uomo con un altro. Lo scenario in cui Warsh si appresta a entrare è segnato da una tensione istituzionale che non ha precedenti nella storia recente dell’istituto. Il Dipartimento di Giustizia, a metà gennaio, ha notificato un atto di citazione a Powell, ipotizzando profili di rilevanza penale legati alle sue deposizioni al Congresso sui costi di ristrutturazione della sede centrale – un’inchiesta che Powell stesso ha bollato senza mezzi termini come un “pretesto” per piegare la Fed alla volontà della Casa Bianca -1-2-7. Parallelamente, la battaglia legale per rimuovere la governatrice Lisa Cook, accusata di false dichiarazioni in una pratica immobiliare pregressa, è arrivata fin davanti alla Corte Suprema, gettando un’ombra ulteriore sulla sacralità, fin qui indiscussa, dei mandati dei governatori -1-2.
È in questo cratere ancora caldo che la candidatura di Warsh dovrà superare lo scoglio dell’Audizione in Senato. I repubblicani dispongono di una maggioranza risicata nella commissione Banking, e il senatore Thom Tillis ha già fatto sapere che non voterà alcun nuovo nominato fino a quando l’indagine su Powell non sarà archiviata -6-8. Non è una dichiarazione di ostilità verso Warsh, che Tillis definisce anzi “qualificato”, ma è una barricata eretta a difesa dell’autonomia dell’istituto. Dall’altro lato dello schieramento, Elizabeth Warren ha attaccato frontalmente la designazione, leggendola come l’esito di un “test di lealtà” superato a pieni voti dal candidato -8-9.
La doppia morale dei tassi e il fantasma del 2017
Chi osserva i mercati e le carriere prova a districare la matassa delle convinzioni personali di Warsh. Il suo percorso presenta un’evidente asimmetria: falco dell’inflazione e sostenitore di tassi più elevati durante le presidenze di Obama e Biden, colomba pronta al taglio quando alla Casa Bianca siede Trump -8. Questa elasticità di giudizio, che per i critici è niente più che un opportunismo politico, rischia di minare la sua autorevolezza proprio nel momento in cui dovrebbe persuadere i colleghi del Federal Open Market Committee della bontà di una sterzata accomodante. Perché il Fomc non è un comitato di yes man: al suo interno siede, tra gli altri, Stephen Miran, già fedelissimo di Trump, il quale ha ripetutamente votato tagli senza tuttavia riuscire a trascinare il resto del board -1-8.
La sensazione, suffragata dalle analisi di chi la Fed la sonda quotidianamente, è che Warsh possa rivelarsi un presidente meno duttile di quanto Trump si auguri. Il suo passato da governatore, il prestigio accademico maturato alla Hoover Institution e il sodalizio con Stanley Druckenmiller rappresentano un corredo di autoreferenzialità tecnica che mal si concilia con l’idea di un banchiere centrale “eterodiretto” -2-5-10. La stessa nomina, del resto, Trump l’aveva sfiorata già nel 2017, salvo poi ripiegare su Powell. Allora Warsh era il favorito, e fu scartato. Oggi torna, ma in un contesto in cui il confine tra politica monetaria e politica, semplicemente, è divenuto labile.
La produttività come dogma e la riduzione del bilancio
Sul piano squisitamente dottrinario, l’ipotesi di lavoro che Warsh porterebbe con sé poggia su due pilastri: l’innovazione tecnologica come volano di produttività tale da contenere l’inflazione anche in presenza di crescita, e la riduzione strutturale dell’enorme mole di titoli in pancia alla Fed -5-6. Il ragionamento, lineare nella sua architettura, presenta delle crepe profonde. Ridurre il bilancio in modo significativo – e Warsh ha parlato chiaramente di volerlo assottigliare – significa drenare riserve dal sistema bancario, operazione che, in assenza di un framework normativo aggiornato, rischia di innescare volatilità nei tassi overnight e di riportare in auge lo spettro di una crisi di liquidità paragonabile a quella del 2019, quando la Fed fu costretta a iniettare liquidità d’emergenza -6.
La Casa Bianca, però, sui dettagli tecnici sorvola volentieri. Ciò che conta, oggi, è l’annuncio, e la promessa implicita che il dopo-Powell sarà un’era di maggiore arrendevolezza. Ma la storia della Federal Reserve insegna che i presidenti entrano in carica con un programma e spesso ne escono con un altro, plasmati dalla responsabilità e dal confronto quotidiano con i dati. Warsh, che della Fed conosce i codici e i limiti, sa che la prova più difficile non sarà ottenere i voti al Senato, ma dimostrare – a mercati, colleghi e al suo stesso elettore – di essere ancora lui il timoniere della nave.




