Omicidio di Mario Ruoso, fermato Loriano Bedin: il collaboratore storico confessa l'omicidio del patron di TelePordenone
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Redazione Interno
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La svolta nelle indagini sull'omicidio di Mario Ruoso, l'imprenditore 87enne trovato senza vita nel suo attico a Porcia, è arrivata nel giro di poche ore, portando gli investigatori a stringere il cerchio attorno a una figura a lui molto vicina. Ieri pomeriggio, a sconvolgere la tranquilla routine del condominio di via Del Porto era stato il ritrovamento del Corpo, una scoperta fatta dal nipote Alessandro, il quale, insospettito dalle telefonate senza risposta e dall'assenza del parente al suo storico Garage Venezia - una mancanza che per un uomo abituato a varcare la soglia del salone sette giorni su sette, festivi inclusi, rappresentava un'anomalia assoluta - si era precipitato sull'uscio di casa per poi imbattersi in una scena raccapricciante, con lo zio riverso a terra in una pozza di sangue e il capo martoriato da una serie di colpi inferti con violenza inaudita. Gli investigatori, coordinati dal procuratore Pietro Montrone e dal sostituto Federica Urban, hanno fin da subito escluso la pista di una rapina finita male, non risultando nulla di sottratto nell'abitazione, e si sono concentrati sulla cerchia di conoscenze della vittima, un imprenditore molto noto non solo a Pordenone ma in tutto il Friuli, un uomo che negli ultimi tempi, tra l'altro, aveva dovuto fare i conti con un incendio doloso scoppiato lo scorso luglio all'interno della sua concessionaria, un rogo che lui stesso non aveva esitato a definire riconducibile a un "sistema mafioso".
Il fermo e la confessione del 67enne davanti al pm
La notte scorsa, la polizia ha prelevato dalla sua abitazione di Azzano Decimo Loriano Bedin, 67 anni, un collaboratore storico di Ruoso, un uomo talmente integrato nella sfera familiare dell'imprenditore che lo stesso nipote Alessandro, appreso del fermo, lo ha descritto ai microfoni di Tv12 come "uno di famiglia", una persona che lo zio aveva "assecondato e supportato in tutto" per una vita intera. Portato in questura e sottoposto a un serrato interrogatorio, Bedin, difeso dall'avvocato d'ufficio Valter Buttignol, ha rotto gli indugi e confessato il delitto davanti al pubblico ministero, ammettendo le proprie responsabilità in quello che gli stessi inquirenti, basandosi sulla dinamica e sulla ferocia dell'aggressione, avevano già definito nei loro primi rapporti come una vera e propria "mattanza". Smentendo le prime voci che ipotizzavano la presenza di un complice, il procuratore Montrone ha tenuto a precisare come si tratti di "un solo soggetto fortemente indiziato del reato", dissipando così i dubbi legati alla presenza di un cittadino straniero trovato in compagnia dell'indagato al momento della perquisizione nella sua casa di Tiezzo, una persona sulla quale comunque gli accertamenti sono in corso per escludere qualsiasi coinvolgimento.
La spranga ripescata nel canale e le ragioni economiche del movente
A rendere ancora più solido l'impianto indiziario a carico di Bedin, e a precedere di poco la sua confessione, è stato il ritrovamento dell'arma del delitto, quell'oggetto contundente, verosimilmente una spranga di ferro, con cui l'87enne è stato ripetutamente colpito al cranio. Su indicazione degli investigatori, che già seguivano una pista precisa, i vigili del fuoco hanno dragato per ore un corso d'acqua della zona, ripescando dal fondale l'arnese che l'assassino aveva cercato di far sparire, un gesto maldestro che ha permesso alla scientifica – giunta anche da Padova per supportare i colleghi di Pordenone – di mettere a disposizione degli inquirenti un elemento probatorio di valore decisivo. Parallelamente, gli agenti della Squadra mobile hanno proceduto al sequestro dell'auto nella disponibilità del 67enne, un veicolo parcheggiato nei pressi della sua residenza e all'interno del quale è stato rinvenuto un borsone, subito posto sotto sequestro per i necessari accertamenti tecnici. Sebbene il procuratore Montrone si sia mostrato inizialmente cauto sul movente, affermando che non vi erano ancora elementi certi, dagli ambienti investigativi filtra con sempre maggiore convinzione l'ipotesi che alla base del gesto vi siano ragioni di natura economica, un movente che appare sempre più plausibile mano a mano che si ricostruiscono i complessi e forse tesi rapporti finanziari intercorsi tra i due uomini, un legame che il nipote della vittima, ancora sotto choc, fatica a comprendere se non ipotizzando un improvviso e incomprensibile "momento di pazzia".




