Omicidio di Mario Ruoso a Pordenone, Loriano Bedin confessa l'omicidio a sprangate: fermato con l'accusa di omicidio premeditato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono bastate poche ore di interrogatorio in Questura, quelle successive al fermo, per far crollare Loriano Bedin. L’uomo, sessantasette anni, residente a Tiezzo di Azzano Decimo e da decenni figura onnipresente nella vita professionale di Mario Ruoso, ha deciso di raccontare ai magistrati e agli investigatori della Squadra mobile l’esatta dinamica di quanto accaduto la mattina del 4 marzo nell’attico di via del Porto a Porcia, alle porte di Pordenone. Di fronte al procuratore Pietro Montrone e al sostituto Federica Urban, assistito dal suo legale, Bedin ha pronunciato la frase che gli inquirenti attendevano: «Sono stato io a uccidere Mario». Una confessione, la sua, che ha dissolto ogni residuo dubbio e che ha portato alla formalizzazione dell’accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dall’aver approfittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, un imprenditore di ottantasette anni che, secondo la ricostruzione, è stato sorpreso sulla soglia di casa mentre stava per uscire per recarsi al lavoro.

La svolta nelle indagini è arrivata al termine di una giornata convulsa, cominciata con il ritrovamento del senza vita di Ruoso da parte del nipote Alessandro, insospettito dal mancato arrivo del fondatore di Telepordenone al Garage Venezia e dal silenzio opposto a decine di chiamate. I rilievi della scientifica e l’ispezione del medico legale Antonello Cirnelli, che ha parlato senza mezzi termini di una «mattanza», avevano subito orientato gli investigatori verso la pista dell’omicidio e non verso un malore o un incidente domestico. Le ferite alla testa, profonde e multiple, erano inequivocabilmente compatibili con l’uso di un corpo contundente. E gli occhi elettronici della zona, nonostante il portone del condominio fosse guasto e quindi aperto, hanno giocato un ruolo determinante: le telecamere di sorveglianza hanno immortalato Bedin mentre, nelle prime ore del mattino, si introduceva nello stabile stringendo in mano un oggetto lungo e sottile. Quell’oggetto, come emerso nel corso dell’interrogatorio e come confermato poi dal procuratore, era un tubo di ferro della lunghezza di settantuno centimetri. L’ex collaboratore, dopo l’aggressione, ha tentato di disfarsi dell’arma gettandola nel vicino canale Brentella, dove i vigili del fuoco l’hanno recuperata; gli abiti intrisi di sangue, invece, sarebbero stati abbandonati nelle acque del torrente Meduna, lungo la strada del ritorno verso casa.

Il rapporto che legava Loriano Bedin a Mario Ruoso era iniziato nei primi anni Ottanta, quando il primo era stato assunto dall’emittente televisiva fondata dal secondo. Un legame professionale che si era protratto per oltre quarant’anni e che non si era interrotto nemmeno dopo il 2024, quando Telepordenone aveva cessato le sue trasmissioni cedendo le frequenze. Bedin, che nel tempo aveva assunto anche incarichi societari, continuava a essere una sorta di factotum per Ruoso, un collaboratore di fiducia che il nipote della vittima ha definito senza esitazione «uno di famiglia». Ed è proprio questa familiarità, questa quotidiana frequentazione, ad aver reso possibile l’agguato: Ruoso, molto probabilmente, non avrebbe esitato ad aprire la porta a quell’ora del mattino a un volto conosciuto, a un uomo che aveva incrociato migliaia di volte nei corridoi dell’emittente e nell’autosalone. Una fiducia tradita nel modo più brutale, con un’aggressione condotta alle spalle mentre l’anziano imprenditore stava varcando la soglia di casa.

La premeditazione e il movente economico al centro dell’inchiesta della Procura di Pordenone

Gli elementi raccolti dagli inquirenti dipingono il quadro di un’azione pianificata. Bedin, secondo quanto ricostruito, avrebbe parcheggiato la propria auto a una certa distanza dal condominio, nei pressi del cimitero comunale, per non destare sospetti e per non essere facilmente inquadrato dai sistemi di videosorveglianza. Poi, raggiunto a piedi il settimo piano, avrebbe atteso sul pianerottolo che Ruoso uscisse dall’appartamento. Quando l’imprenditore è comparso, il primo colpo lo avrebbe fatto cadere a terra, facendogli battere il capo contro un tavolino lì presente; un impatto, quello, che non ha però fermato la furia omicida di Bedin, il quale ha continuato a colpire ripetutamente la testa della vittima con la spranga di ferro. Un’insistenza, quella dei colpi, che per la Procura non lascia spazio a interpretazioni diverse dall’intenzione di uccidere. Dopo il delitto, il sessantasettenne si è allontanato, ha raggiunto l’auto, si è cambiato d’abito e si è liberato degli indumenti sporchi di sangue, nella speranza di far perdere le proprie tracce. Un tentativo, il suo, rivelatosi vano di fronte alla precisione della macchina investigativa. All’ipotesi di un complice, circolata nelle primissime fasi delle indagini, il procuratore Montrone ha opposto una netta smentita: «C’è un solo soggetto fortemente indiziato del reato», ha tagliato corto, chiudendo la porta a speculazioni su eventuali partecipazioni esterne.

Sul fronte del movente, i magistrati hanno confermato la pista economica. Una pista che affonda le radici nelle ultime, travagliate, fasi della gestione della società che controllava Telepordenone, oggi in liquidazione. Questioni legate a rivendicazioni economiche, a presunti crediti o a divergenze sorte nel momento in cui il rapporto tra i due, da semplice dipendenza, si era trasformato in una collaborazione con incarichi societari di maggior rilievo. Un dettaglio, questo, che getta una luce sinistra su un legame professionale lungo oltre quattro decenni, logorato forse da incomprensioni o rancori maturati negli ultimi tempi. A rendere ancora più complesso il quadro, emerge anche il fatto che lo stesso Loriano Bedin risultava indagato, sin dalla scorsa estate, per un incendio doloso che aveva danneggiato alcune auto di lusso nel salone di proprietà di Ruoso: un rogo, quello del Garage Venezia, le cui fiamme erano state appiccate partendo dall’abitacolo di una Lamborghini all’interno della quale erano stati occultati documenti legati a una causa civile. Un episodio, quello, che all’epoca l’imprenditore aveva denunciato, parlando di un «avvertimento di tipo mafioso», e che ora si intreccia inevitabilmente con la spirale di violenza culminata nel sangue.

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