Loriano Bedin confessa l'omicidio di Mario Ruoso: «Ero esasperato, ho avuto un momento di pazzia»
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Redazione Interno
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Il delitto che ha sconvolto il Pordenone, consumato mercoledì mattina sull'uscio di casa al settimo piano del condominio Brentella a Porcia, ha trovato una rapida e drammatica soluzione giudiziaria. Loriano Bedin, 67 anni, storico collaboratore e tecnico di fiducia dell’imprenditore Mario Ruoso, 87enne patron di TelePordenone, ha confessato di essere l’autore dell’omicidio. Al termine di un interrogatorio serrato durato ore in questura – condotto dal sostituto procuratore Federica Urban e dal procuratore capo Pietro Montrone – l’uomo è crollato, ammettendo le proprie responsabilità con una frase che gli investigatori hanno riportato agli atti: «Ero esasperato. Ho avuto un momento di pazzia». Una giustificazione che stride con la ferocia e la dinamica dell’aggressione, ricostruita minuziosamente attraverso le immagini di sorveglianza e i reperti recuperati nelle ultime ore.
Secondo quanto emerso dalle indagini, coordinate dalla Squadra Mobile con la nuova dirigente Giusy Valenti, l’omicidio non sarebbe stato un gesto d’impulso, ma un’azione pianificata. Bedin, che per decenni era stato l’uomo dei tralicci e dell’alta frequenza per l’emittente, un vero pioniere tecnico dell’etere in Friuli, era già indagato dalla scorsa estate per un incendio doloso: nel luglio del 2025, all’interno del Garage Venezia di proprietà di Ruoso, era stata data alle fiamme una Lamborghini Diablo contenente faldoni di documenti legati a una causa che l’87enne stava preparando per il recupero di un credito. Un antefatto, questo, che ora assume i contorni di un tragico prologo.
La dinamica e la "mattanza" sul pianerottolo
Le telecamere della zona hanno immortalato Bedin mentre, intorno alle 7.22 del mattino, si avvicinava al condominio di via del Porto impugnando un tubo di ferro lungo 71 centimetri. Dopo aver parcheggiato la sua Mercedes Classe A grigia nei pressi del cimitero di Rorai, per non destare sospetti, ha raggiunto a piedi l'abitazione della vittima. Il portone del palazzo, guasto da tempo, era aperto, consentendogli di salire indisturbato al settimo piano. Qui ha atteso che Ruoso uscisse: nel momento in cui l'anziano imprenditore, ancora energico e indipendente nonostante l’età, si è girato per chiudere la porta, Bedin lo ha colpito alle spalle. Il primo fendente lo ha fatto crollare a terra, facendogli battere violentemente il volto contro uno spigolo di un tavolino di vetro. A terra, inerme, Ruoso è stato finito con una serie di colpi alla testa, una violenza che gli inquirenti non hanno esitato a definire una «mattanza».
Dopo il delitto, il 67enne ha tentato di depistare le indagini. In preda a un raptus di lucidità criminale, ha aperto la finestra del pianerottolo e ha lanciato l’arma nel cortile, per poi scendere, recuperarla e gettarla nel vicino canale Brentella, dove i vigili del fuoco l’hanno poi ritrovata. Raggiunta l'auto, si è cambiato d'abito – portandosi appresso un ricambio pulito – e ha abbandonato i vestiti macchiati di sangue nel torrente Meduna, dove sono stati recuperati dai sommozzatori. Un tentativo di cancellare le tracce che si è rivelato vano di fronte al lavoro del medico legale Antonello Cirnelli, che ha subito escluso l'ipotesi del malore, e alle evidenze delle telecamere, che hanno inchiodato Bedin.
Il movente economico e il fallimento di TelePordenone
La procura contesta a Loriano Bedin l’omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla minorata difesa, vista l’età della vittima. Il movente, come spiegato dal procuratore Montrone, affonda le radici in questioni economiche legate alla liquidazione giudiziale di TelePordenone, dichiarata fallita il 12 settembre scorso con un passivo di due milioni di euro. Bedin, che era stato assunto nei primi anni Ottanta e aveva lavorato per l'emittente fino alla cessazione delle trasmissioni nel 2024, aveva probabilmente rivendicazioni economiche nei confronti di Ruoso. Attriti e dissidi, quelli emersi nella fase finale della società, che sarebbero degenerati in modo irreparabile. Il curatore fallimentare aveva peraltro segnalato dichiarazioni dell'imprenditore relative a problematiche proprio con il suo storico collaboratore.
Il senza vita di Mario Ruoso era stato scoperto nel primo pomeriggio di mercoledì dal nipote Alessandro, il quale, non riuscendo a contattare lo zio, si era recato nell’attico blindato del condominio Brentella. Dovendo forzare la serratura, il nipote si è trovato davanti a una scena agghiacciante: il corpo riverso in una pozza di sangue. Una scoperta che ha gettato sconcerto nella famiglia e nell'intera comunità, data la notorietà della vittima, figura storica dell'imprenditoria e dell'editoria locale.
La confessione e il carcere
Nella notte tra mercoledì e giovedì, gli agenti della Mobile hanno bussato alla porta di Bedin, nella sua abitazione in via Enrico Toti a Tiezzo di Azzano Decimo, prelevandolo alle 4.15. Portato in questura, davanti al magistrato e con l’assistenza dell’avvocato d’ufficio Valter Buttignol, l’uomo ha inizialmente tentennato, ma il peso delle prove – i tabulati, le immagini, il ritrovamento dell’arma – lo ha convinto a collaborare, indicando lui stesso i luoghi dove si era disfatto degli indizi. Al termine dell’interrogatorio, per lui è scattato il fermo e il trasferimento nel carcere di Pordenone, in attesa dell'udienza di convalida. L’avvocato Giorgio Mazzucato, del Foro di Padova, è stato nominato nelle ore successive per la difesa.




