Mario Ruoso ucciso con otto colpi alla testa, l'autopsia conferma la violenza dell'aggressione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura di Pordenone, attraverso il medico legale Antonello Cirnelli, ha depositato gli esiti dell'esame autoptico sul Corpo di Mario Ruoso, l'imprenditore 87enne fondatore di TelePordenone ucciso mercoledì 4 marzo mentre usciva dal suo attico a Porcia. L'autopsia, eseguita nel pomeriggio di martedì 10 marzo e durata oltre sei ore, ha chiarito senza ambiguità la dinamica letale dell'aggressione: la vittima è stata colpita alla testa con otto violentissimi colpi, inferti con una spranga di metallo o con un tubo contundente, che hanno letteralmente sfondato la teca cranica. La forza impressa, come si legge nei verbali d'indagine e come confermato dalla relazione del dottor Cirnelli, è stata tale da provocare la fuoriuscita della massa cerebrale, descrivendo una scena che gli stessi inquirenti non hanno esitato a definire, nei loro rapporti, una vera e propria mattanza. All'esame autoptico ha partecipato, in qualità di perito per la difesa di Loriano Bedin, l'unico indagato per questo delitto, anche il medico legale Giovanni Del Ben, affiancato dall'avvocato Giorgio Mazzuccato; un dettaglio, questo, che sottolinea come la linea difensiva stia comunque seguendo con attenzione gli accertamenti tecnici irripetibili disposti dalla magistratura.

La ricostruzione del delitto e la conferma della premeditazione

Le risultanze dell'autopsia non solo hanno quantificato la spaventosa violenza dell'aggressione, ma hanno anche fornito elementi che corroborano l'impianto accusatorio costruito dalla Procura, coordinata dal procuratore Pietro Montrone e dal sostituto Federica Urban. Loriano Bedin, il 67enne storico collaboratore e tuttofare di Ruoso, legato all'imprenditore da un rapporto che durava dagli anni Ottanta, è accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla minorata difesa. Le indagini, che si sono avvalse in modo determinante delle immagini di videosorveglianza, hanno ricostruito con precisione i passaggi di quella mattina: Bedin, dopo aver parcheggiato la propria auto nei pressi del cimitero comunale per non destare sospetti, si è diretto verso il condominio di via Del Porto, impugnando un tubo di ferro lungo circa settanta centimetri. Ha approfittato del portone d'ingresso rimasto aperto per salire fino al settimo piano e ha atteso l'anziano sul pianerottolo. Quando Ruoso è uscito, pronto per recarsi al lavoro, è stato colto alle spalle e colpito ripetutamente; il primo colpo lo ha fatto crollare a terra, dove l'aggressore ha continuato a infierire, schiacciando di fatto il cranio della vittima tra la spranga e il pavimento.

Il tentativo di depistaggio e il recupero delle prove

Nelle fasi immediatamente successive all'omicidio, l'indagato ha tentato di mettere in atto una serie di manovre per eludere le indagini e disfarsi di ogni traccia che potesse ricondurre a lui. Secondo quanto emerso dalle sue stesse dichiarazioni confessorie e dai successivi ritrovamenti, Bedin, dopo aver verificato di essersi macchiato il volto e gli abiti di sangue, ha dapprima gettato la spranga dal balcone del pianerottolo nel cortile sottostante; un gesto, questo, che gli avrebbe permesso di uscire dall'edificio senza destare l'attenzione che un oggetto di quelle dimensioni avrebbe invece certamente attirato. Una volta in strada, ha recuperato il tubo di ferro e si è diretto verso il vicino canale Brentella, dove lo ha definitivamente occultato, salvo poi indicarne la posizione agli investigatori nei giorni successivi. Allontanatosi a piedi fino a raggiungere la propria autovettura, Bedin aveva con sé un cambio di vestiti: si è quindi spogliato degli abiti intrisi di sangue e li ha abbandonati lungo il percorso, gettandoli nelle acque del torrente Meduna, dove sono stati successivamente recuperati dai vigili del fuoco. Un comportamento, questo, che denota una lucida volontà di ostacolare il corso della giustizia, sebbene la prova decisiva – le immagini delle telecamere – lo abbia incastrato prima ancora che potesse completare il suo piano di depistaggio.

I precedenti e il contesto economico dell'omicidio

L'indagine ha inoltre accertato che quello di Bedin non sarebbe stato un gesto improvvisato o dettato da un raptus, bensì l'epilogo tragico di una serie di attriti maturati negli ultimi tempi, verosimilmente legati alla delicata situazione patrimoniale dell'emittente TelePordenone, ormai in liquidazione. La Procura contesta all'indagato anche la premeditazione, elemento che gli inquirenti ravvisano non solo nella preparazione logistica dell'agguato, ma anche in un preoccupante precedente. Dalla scorsa estate, infatti, Bedin risultava già indagato per un incendio doloso che aveva distrutto alcune autovetture di lusso all'interno del salone di proprietà di Ruoso, il Garage Venezia. In quell'occasione, le fiamme avevano avvolto una Lamborghini Diablo, all'interno della quale erano custoditi documenti legali che l'imprenditore stava preparando per una causa, probabilmente finalizzata al recupero di crediti proprio nei confronti dell'ex dipendente o in relazione a rivendicazioni sulla società radiotelevisiva. Un mosaico, quello delineato dagli investigatori della Squadra Mobile, che dipinge un quadro di tensioni economiche e personali profonde, esplose in un'aggressione la cui brutalità è stata ora certificata senza appello dalla scienza medica.

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