Omicidio Ruoso, la confessione di Bedin e l’ipotesi della premeditazione
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Redazione Interno
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La svolta nelle indagini sulla morte di Mario Ruoso, l’imprenditore di 87 anni trovato senza vita nella sua abitazione di Porcia, è arrivata al termine di un interrogatorio serrato. Loriano Bedin, 67 anni, storico collaboratore della vittima e figura storica di TelePordenone, l’emittente fondata da Ruoso, ha rotto il silenzio davanti agli inquirenti. “Sì, sono stato io”, avrebbe ammesso, secondo quanto ricostruito dagli investigatori della Squadra mobile di Pordenone, chiudendo così la fase iniziale della sua detenzione e aprendone un’altra, ben più complessa, legata alla ricostruzione di un rapporto durato oltre quarant’anni e terminato in un tragico epilogo.
La Procura, guidata da Pietro Montrone, contesta a Bedin il reato di omicidio volontario, e lo fa con due aggravanti che cambiano radicalmente il quadro dell’accusa. Non si sarebbe trattato, stando agli elementi raccolti, di una lite improvvisa o di un gesto d’impulso. Gli investigatori parlano di premeditazione, un dettaglio che emerge dalla dinamica ricostruita minuziosamente grazie anche alle immagini di alcune telecamere di sorveglianza. A ciò si aggiunge l’aggravante della minorata difesa, considerata la veneranda età della vittima, un uomo di 87 anni che, secondo la ricostruzione, non avrebbe avuto alcuna possibilità di difendersi dall’aggressione.
La dinamica dell’aggressione e il tentativo di depistaggio
Secondo quanto emerso, Bedin avrebbe pianificato l’omicidio con una lucidità che gli inquirenti definiscono agghiacciante. Nella mattina del delitto, il 67enne si sarebbe presentato nel condominio di via Zara a Porcia con un tubo di ferro lungo 71 centimetri, l’arma poi recuperata dai vigili del fuoco nel canale Brentella. Avrebbe atteso Ruoso sul pianerottolo del settimo piano, nascondendosi alla vista, e lo avrebbe colpito alle spalle nel momento in cui l’anziano imprenditore stava varcando la soglia di casa, presumibilmente per recarsi al suo autosalone. Il primo colpo lo avrebbe fatto crollare a terra, e nella caduta Ruoso avrebbe battuto la testa contro un mobile; Bedin, però, non si sarebbe fermato, continuando a infierire fino a trasformare l’aggressione in quella che i magistrati hanno definito una vera e propria “mattanza”.
Dopo il delitto, l’indagato ha tentato di depistare le indagini. Sarebbe uscito dallo stabile lanciando prima l’arma nel giardino sottostante per non destare sospetti, per poi recuperarla e gettarla nel canale. Successivamente, avrebbe abbandonato i vestiti macchiati di sangue nel torrente Meduna, lungo il tragitto verso casa, dove aveva parcheggiato l’auto nei pressi del cimitero per non farsi notare. Un cambio d’abiti, questo, che dimostrerebbe una freddezza e una capacità di pianificazione che hanno colpito gli stessi investigatori.
Il peso di un passato recente e le crepe nel rapporto
Il nome di Loriano Bedin, per decenni considerato “uno di famiglia” tanto che il nipote della vittima, Alessandro Ruoso, lo descriveva come una persona aiutata e sostenuta per una vita intera, non era nuovo alle cronache giudiziarie locali. Già dalla scorsa estate, l’uomo risultava indagato per un incendio doloso che aveva distrutto alcune auto di lusso nel salone di proprietà dello stesso Ruoso. Un precedente che, alla luce dei nuovi eventi, assume contorni sinistri e che porta gli inquirenti a scavare più a fondo nella natura dei rapporti tra i due, alla ricerca di un filo conduttore che potrebbe legare i due episodi.
La Procura ipotizza che la scintilla che ha portato all’omicidio sia di natura economica. TelePordenone, l’emittente fondata da Ruoso e che aveva reso celebre il patron nel Triveneto, è infatti in liquidazione. Bedin, che da semplice dipendente era diventato un collaboratore con incarichi societari, potrebbe aver maturato un profondo dissenso legato a rivendicazioni sulla società o sulla gestione della fase conclusiva del loro rapporto professionale, iniziato nei primi anni Ottanta e terminato nel sangue dopo oltre quarant’anni di frequentazioni quasi quotidiane.
Il fermo e il peso della confessione
Al termine dell’interrogatorio, condotto dal sostituto procuratore Federica Urban alla presenza del legale d’ufficio Valter Buttignol, per Bedin è scattato il fermo. Un provvedimento inevitabile, data la gravità delle accuse e la solidità del quadro indiziario costruito in poche ore dagli uomini della Squadra mobile. Determinanti, oltre alle immagini e al ritrovamento dell’arma, sono state le dichiarazioni dello stesso indagato che, dopo una iniziale resistenza, avrebbe ceduto, fornendo particolari che solo l’assassino poteva conoscere.
Il procuratore Montrone ha spiegato che, durante il racconto, Bedin è parso come liberarsi di un peso, consapevole dell’enormità del gesto compiuto. Un gesto che ha stroncato la vita di un imprenditore noto in tutta la regione, fondatore di una delle prime televisioni private del Friuli Venezia Giulia, e che ora lascia spazio al lavoro degli investigatori per mettere nero su bianco ogni dettaglio di questa storia fatta di decenni di collaborazione, di tensioni economiche e di una violenza che ha sconvolto una comunità intera.




