Il delitto di Pordenone, Bedin confessa l’omicidio di Ruoso: “Ero esasperato, ho perso la testa”
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Redazione Interno
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Il sessantasettenne Loriano Bedin, storico collaboratore e tuttofare del patron di TelePordenone, Mario Ruoso, ha confessato l’omicidio dell’imprenditore ottantasettenne, ucciso mercoledì scorso a sprangate sul pianerottolo del suo attico a Pordenone. Davanti al sostituto procuratore Federica Urban e ai funzionari della squadra mobile, dopo una notte trascorsa in stato di fermo, l’uomo ha deciso di collaborare, ricostruendo - seppur in parte - la dinamica di un'aggressione che gli investigatori, fin dai primi momenti, avevano inquadrato come un'azione ben lontana dall'impulsività. “Ero esasperato, ho perso la testa... è stata una pazzia”, ha dichiarato Bedin nel corso dell'interrogatorio in questura, parole che gli inquirenti dovranno ora valutare alla luce dei numerosi indizi che sembrano invece delineare un quadro di premeditazione. L'uomo, difeso inizialmente dall'avvocato d'ufficio Valter Buttignol che lo aveva consigliato di avvalersi della facoltà di non rispondere, ha poi scelto di vuotare il sacco, aiutando gli investigatori a recuperare sia l'arma del delitto - un tubo di ferro lungo circa settanta centimetri - sia gli indumenti che indossava al momento dell'aggressione e che si era premurato di portarsi appresso per cambiarsi dopo aver colpito.
Un agguato studiato nei minimi dettagli sul pianerottolo dell'attico
La ricostruzione offerta da Bedin e incrociata con le immagini delle telecamere di sorveglianza, in particolare quelle di una lavanderia al piano terra del condominio Brentella e di un negozio nella zona del cimitero di Rorai, ha permesso di delineare una sequenza temporale precisa e spietata. Bedin, che risiede a Tiezzo di Azzano Decimo, è uscito di casa intorno alle sette del mattino alla guida della sua Mercedes Classe A grigia, portando con sé il tubo metallico e un ricambio d'abiti: un dettaglio, quest'ultimo, che lascia supporre come avesse messo in conto la possibilità di imbrattarsi di sangue. Ha parcheggiato nei pressi del cimitero e si è diretto a piedi verso via Del Porto, dove Ruoso viveva al settimo piano. Conoscendo perfettamente le abitudini dell'anziano imprenditore, che ogni mattina si recava al Garage Venezia di Porcia, lo ha atteso sulle scale. Nel momento in cui Ruoso ha aperto la porta blindata e si è girato per richiuderla, offrendogli così le spalle, Bedin lo ha raggiunto e lo ha colpito alla testa con la spranga. Il colpo ha fatto cadere l'ottantasettenne all'interno dell'abitazione, dove ha battuto il cranio contro un tavolino di vetro; a terra, ormai inerme, è stato raggiunto da altri quattro o cinque colpi, la cui esatta violenza sarà stabilita dall'autopsia affidata al medico legale Antonello Cirnelli.
Il movente economico e il crac da due milioni di Telepordenone
Dopo aver ucciso, Bedin si è affacciato al balcone dell'attico e ha lanciato il tubo di sotto, per poi scendere, raccoglierlo e disfarsene gettandolo nelle acque del vicino canale Brentella, dove i vigili del fuoco lo hanno recuperato su sua indicazione. Ha raggiunto nuovamente l'auto, si è cambiato e si è allontanato verso Prata di Pordenone, gettando nel fiume gli abiti macchiati di sangue, anch'essi successivamente recuperati. Nel primo pomeriggio, con una normalità che agli inquirenti è apparsa agghiacciante, si è presentato dalla curatrice fallimentare di Telepordenone per discutere di faccende legate alla liquidazione della società, quasi nulla fosse accaduto poche ore prima. Ed è proprio nelle pieghe del dissesto finanziario dell'emittente, dichiarata fallita lo scorso settembre con un passivo di due milioni di euro, che affonda le radici il movente del delitto. Ruoso, che era stato amministratore unico di Radiotelepordenone Srl fino al dicembre del 2024, aveva denunciato a fine dicembre in questura una serie di irregolarità relative alla gestione successiva alla sua uscita di scena, accuse che coinvolgevano proprio Bedin riguardo a cessioni di rami d'azienda e utilizzi non autorizzati della sua firma digitale, contenuta in una chiavetta che l'imprenditore sosteneva gli fosse stata rubata dal Garage Venezia.
Dall'incendio doloso alla sprangata finale, il filo rosso delle denunce
Il quadro indiziario che ha portato al fermo di Bedin si è composto rapidamente grazie anche al fatto che il sessantasettenne era già finito nel mirino della squadra mobile per un altro episodio inquietante: l'incendio doloso che lo scorso luglio aveva distrutto una Lamborghini Diablo all'interno del Garage Venezia. In quell'occasione, le fiamme erano state appiccate per bruciare documenti relativi a una causa che Ruoso stava preparando proprio per il recupero di presunti crediti, e i poliziotti avevano già individuato Bedin nelle vicinanze grazie ai filmati di una telecamera privata. Un sospetto, quello sul rogo, che ora si intreccia inestricabilmente con l'omicidio, delineando la progressiva escalation di un conflitto nato dai debiti e dalle cessioni delle frequenze televisive. La Procura, con il procuratore Pietro Montrone e il sostituto Urban, contesta a Bedin l'omicidio volontario aggravato dalla premeditazione - dimostrata dal cambio d'abiti e dall'attesa sul pianerottolo - e dalla minorata difesa di una vittima di ottantasette anni, colpita alle spalle mentre stava semplicemente uscendo di casa per iniziare la sua giornata.




