L’escalation in Medio Oriente e la riunione d’emergenza di Crosetto: l’Italia si prepara a ogni scenario
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Redazione Interno
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L’inasprirsi del conflitto tra Israele e Iran, con i raid che hanno preso di mira anche le infrastrutture petrolifere e che hanno spinto il prezzo del greggio oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile, ha imposto una brusca accelerazione nella pianificazione della difesa nazionale. Il ministro Guido Crosetto, raccogliendo il monito che giunge da un quadrante geopolitico in fiamme, ha convocato per sabato scorso una riunione d’emergenza in videoconferenza alla quale hanno preso parte circa centotrenta figure chiave del settore: al tavolo virtuale si sono seduti il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, il direttore nazionale degli Armamenti, ammiraglio di squadra Giacinto Ottaviani, e una folta rappresentanza dell’industria bellica nazionale. L’incontro, come si apprende da una nota ufficiale dello stesso ministero, non è stato un semplice aggiornamento sullo stato dell’arte, bensì una sollecitazione precisa e diretta affinché le aziende del comparto segnalino con la massima urgenza ogni disponibilità operativa, con un’attenzione particolare — viene sottolineato — a quei programmi in fase di finalizzazione che possano contribuire, in tempi ristrettissimi, a irrobustire la capacità di difesa, soprattutto quella aerea, del paese e degli alleati.
Non si tratta, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto a ribadirlo, di considerarsi in uno stato di belligeranza, ma di attuare una missione di prevenzione che tenga conto della possibilità che il conflitto, nato in Medio Oriente, possa allargarsi a macchia d’olio. Il timore, per l’Italia, è duplice e investe tanto la sicurezza fisica del territorio quanto la tenuta del sistema economico. Da un lato, la presenza di basi militari statunitensi e Nato sul suolo nazionale — si pensi alla Naval Air Station di Sigonella, in Sicilia, hub cruciale per la ricognizione e il coordinamento dei droni, o alla base aerea di Aviano in Friuli Venezia Giulia, che ospita il 31° Fighter Wing dell’US Air Force — rende il paese un potenziale obiettivo strategico in caso di ulteriore allargamento del conflitto. A questo si aggiungono infrastrutture come il sistema satellitare MUOS a Niscemi o il grande deposito di armi di Camp Darby in Toscana, nodi nevralgici di una rete logistica che, in uno scenario di crisi, potrebbe attirare ritorsioni indirette, attacchi cyber o azioni di sabotaggio.
Parallelamente, la crisi mediorientale sta già producendo i suoi effetti sul fronte economico interno, con il caro-carburanti che è tornato a pesare sulle famiglie e sulle imprese. L’impennata del prezzo del petrolio, che ha visto il Brent superare i centootto dollari, ha immediatamente riverberato sulle quotazioni alla pompa, sollevando il timore di speculazioni. Tanto che, su indicazione del ministro dell’Economia e del ministro delle Imprese e del Made in Italy, la Guardia di Finanza ha intensificato i controlli lungo l’intera filiera dei carburanti, dai depositi ai distributori, per prevenire frodi, evasioni e possibili accordi anticoncorrenziali che possano approfittare della contingenza internazionale per gonfiare ulteriormente i prezzi. I gestori, dal canto loro, respingono al mittente le accuse di speculazione, segnalando come l’aumento, da loro stessi definito ingiustificato nella sua rapidità, sia determinato a monte e chiedono che le verifiche si concentrino su altri anelli della catena.
La risposta di Teheran all’ultimatum di Washington e l’ombra di un conflitto asimmetrico
Sul fronte diplomatico e militare, la tensione non accenna a diminuire. La replica del presidente iraniano Masoud Pezeshkian all’intimazione di resa senza condizioni lanciata da Donald Trump è stata netta e sprezzante, definendo l’ultimatum americano un sogno da portare nella tomba, anche se, in un passaggio che ha colto di sorpresa gli osservatori, lo stesso Pezeshkian ha contestualmente fatto pervenire delle scuse ai paesi del Golfo che erano finiti nel mirino dei razzi di Teheran, assicurando che gli attacchi cesseranno a patto che quei territori non vengano utilizzati come base di lancio contro l’Iran. Una mossa che sembra voler isolare il conflitto, evitando un fronte arabo unito contro la repubblica islamica, mentre la macchina bellica americana e israeliana continua a colpire.
Le operazioni militari, infatti, hanno assunto una fisionomia che preoccupa gli strateghi del Pentagono. L’Iran, come riportano fonti stampa internazionali, starebbe replicando tattiche mutuate dal conflitto ucraino, facendo un uso massiccio di droni suicidi Shahed-136, difficili da intercettare e in grado di saturare le difese aeree nemiche. Questi velivoli, relativamente economici, vengono impiegati per colpire non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture energetiche e petroliere nel Golfo, causando danni economici sproporzionati rispetto al costo dell’attacco e costringendo gli alleati degli Stati Uniti a consumare preziose e costosissime munizioni per abbatterli, con un rapporto di costo che vede gli intercettori Patriot valere decine di volte il drone che devono neutralizzare. Un’asimmetria che, se prolungata nel tempo, potrebbe mettere a dura prova le scorte e i bilanci delle nazioni coinvolte nella coalizione.
Le ripercussioni economiche: dal prezzo del petrolio ai timori per l’inflazione
A questo scenario di tensione militare si sovrappongono le turbolenze dei mercati finanziari e le preoccupazioni per una nuova fiammata inflazionistica. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, via d’acqua vitale per il trasporto del greggio, ha già causato un’impennata del costo del petrolio che gli analisti temono possa superare quota centocinquanta dollari se il conflitto dovesse allargarsi ulteriormente, con conseguenze dirette sulle bollette di luce e gas e sul costo dei beni di largo consumo. L’indice dei prezzi al consumo, che aveva mostrato segni di raffreddamento, rischia di tornare a galoppare, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e complicando le manovre delle banche centrali, costrette a bilanciare l’esigenza di sostenere la crescita con quella di domare l’inflazione. L’Italia, in questa fase, osserva con apprensione l’evolversi della situazione, cercando di blindare le proprie infrastrutture critiche e di schermare, per quanto possibile, l’economia reale dagli urti di una crisi che, nata lontano dai confini nazionali, bussa con sempre maggior forza alla porta di casa.




