"L’ultima volta che siamo stati bambini", il film di Bisio per la Memoria
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C'è un modo per avvicinarsi alla storia che non passa necessariamente per le grandi battaglie o i proclami dei potenti, ma sceglie invece il sentiero laterale dello sguardo ingenuo eppure acutissimo dell'infanzia. È questa la strada, tanto coraggiosa quanto necessaria, intrapresa da Claudio Bisio nel suo esordio alla regia, "L’ultima volta che siamo stati bambini", che Canale 5 propone in prima visione in occasione del Giorno della Memoria. Tratto dall'omonimo romanzo di Fabio Bartolomei, il film non si limita a rievocare un fatto storico drammatico come la razzia del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, ma costruisce attorno ad esso una vicenda di amicizia e di coraggio che ne ribalta completamente la prospettiva, invitando lo spettatore a vedere il mondo rovesciato del conflitto attraverso gli occhi di chi quel mondo lo sta ancora imparando a conoscere.
Lo sguardo dell'infanzia sulla tragedia
Ambientato nell'autunno del 1943, il film segue le vicende di quattro ragazzi legati da un'amicizia profonda, cementata da quel "patto di sputo" che diventa simbolo di una lealtà assoluta e ingenua. Quando uno di loro, il ragazzino ebreo, scompare durante il rastrellamento nazista, gli amici non esitano: decidono di andare a salvarlo, lanciandosi in un viaggio attraverso un'Italia devastata, tra soldati allo sbando e treni carichi di deportati. La scelta narrativa di Bisio, che ha anche contribuito alla sceneggiatura, è chiara: mostrare l'orrore della deportazione e della guerra senza cadere in immagini esplicite, ma affidandosi alla potenza evocativa di ciò che i bambini vedono, non comprendono appieno, eppure sentono come una ingiustizia insormontabile da contrastare. La loro missione, folle e purissima, diventa così una lente per osservare non solo la ferocia della Storia con la S maiuscola, ma anche la tenacia dei legami umani che essa cerca di spezzare.
Il patto che resiste alla Storia
La forza del racconto risiede proprio nella contrapposizione tra la macchina impersonale e brutale della persecuzione e la determinazione microscopica dei tre giovani protagonisti. Il loro, più che un semplice atto di eroismo, è l'applicazione concreta di un codice morale semplice e inflessibile, quello dell'amicizia, che la logica della guerra vuole annientare. Nel loro peregrinare, i bambini incontrano frammenti di un paese smarrito, dove il pericolo si mescola a gesti inaspettati di solidarietà, in un mosaico di comportamenti umani che restituisce la complessità di un periodo storico in cui le scelte individuali erano spesso drammatiche. Il film, evitando con rigore ogni retorica, lascia che sia la purezza del loro obiettivo a fare da contraltare all'assurdità della violenza che li circonda, ponendo domande potenti sul valore della lealtà e sul confine tra l'essere bambini e l'essere costretti a diventare adulti troppo in fretta.
Una programmazione simbolica
La scelta di Mediaset di collocare la prima visione del film in prima serata su Canale 5, nella data simbolica del 27 gennaio, non è casuale e conferisce all'opera un ulteriore strato di significato. In un palinsesto spesso dominato da intrattenimento di più immediato consumo, la proposta di un'opera di finzione che affronta temi così profondi rappresenta una presa di posizione precisa sul ruolo della televisione generalista. La trasmissione nel Giorno della Memoria trasforma la pellicola da semplice prodotto narrativo in un vero e proprio atto di partecipazione al ricordo collettivo, utilizzando il linguaggio popolare del cinema per raggiungere un pubblico ampio e accompagnarlo in una riflessione che parte da un'avventura per arrivare al cuore di una tragedia storica. L'opera di Bisio, in questo senso, si inserisce in un filone che cerca di rendere accessibili e vivi i fatti della storia, soprattutto alle giovani generazioni, senza banalizzarli ma trovando nuove chiavi di accesso emotive e narrative.




