Bisio: “per la scuola dei figli ho perso, ora mi pento”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Claudio Bisio, attore ormai prossimo ai sessantotto anni (classe 1957, per la precisione), si prepara a tornare sul piccolo schermo con una veste inedita eppure a lui cucita addosso: quella del commissario Vasco Benassi, protagonista della serie targata Rai “Uno sbirro in Appennino”, in onda dal 9 aprile in prima serata su Rai 1. In queste settimane di lancio, l’interprete – che ha alle spalle una carriera tra palcoscenico, cinema e televisione – ha concesso diverse interviste, e in particolare al Corriere della Sera ha finito per affrontare un tema personale, quasi domestico, che poco ha a che fare con le manette e gli inseguimenti. Parlando del proprio passato di studente, Bisio ha ricordato le occupazioni del liceo negli anni Settanta, dichiarando senza troppi giri di parole: “Non ho mai amato le divise, pur nutrendo assoluto rispetto nei riguardi delle forze dell’ordine”. Un’ammissione che suona quasi come una premessa, perché il vero nodo – quello più intimo – è venuto dopo, quando l’attore ha raccontato di un antico dissidio familiare relativo all’istruzione dei figli.

La scelta negata e il rimpianto di oggi

“Per me doveva essere pubblica, mia moglie voleva la steineriana ma poi ha ceduto. Ora sono pentito”. Con queste parole, secche e prive di fronzoli, Bisio ha descritto una mediazione domestica che, a posteriori, giudica come una sconfitta. Lui, figlio di quell’ideale di scuola statale, laica e uguale per tutti, avrebbe voluto per i propri figli lo stesso percorso; la compagna, invece, premeva per un indirizzo alternativo, quello steineriano, basato sui principi dell’antroposofia. Alla fine, racconta l’attore, è stata lei a cedere. Eppure, oggi, quel compromesso raggiunto – o meglio, quella vittoria ottenuta – lo lascia con l’amaro in bocca. Nessun dettaglio ulteriore sui figli, né nomi né età, perché Bisio non li ha forniti; quel che conta è la sostanza del pentimento, espresso senza retorica e senza autoassoluzione. Lui stesso, del resto, si descrive come un uomo dalla “faccia tosta”, il contrario della diplomazia, come ha detto a proposito di un’altra sua posizione pubblica – quella favorevole alla legalizzazione della cannabis – senza mai aver fatto bandiere ideologiche del proprio voto.

La fiction, l’Appennino e un poliziotto imperfetto

La serie che porta Bisio in televisione, “Uno sbirro in Appennino”, è diretta da Renato de Maria e scritta da Fabio Bonifacci. Le riprese hanno coinvolto anche l’Emilia-Romagna, dove il cinema locale – stando agli addetti ai lavori – vive una fase di fermento produttivo. La messa in onda prevede quattro prime serate, a partire dal 9 aprile, mentre il 7 aprile i primi due episodi saranno disponibili in anteprima su RaiPlay. Ma c’è una data che scalda particolarmente il territorio: l’11 aprile, de Maria e Bonifacci saliranno direttamente sull’Appennino insieme all’attrice Chiara Chelotto, parte del cast, per assistere e commentare il terzo episodio, intitolato “Il caso degli spiriti”. La fiction racconta il ritorno del commissario Vasco Benassi – curriculum di tutto rispetto sul piano investigativo, ma macchiato da un errore che gli è costato caro – nel fittizio paese di Muntagò, che rappresenta l’intera dorsale appenninica. Un ritorno punitivo, si capisce, più che volontario. E il personaggio, per come lo descrive lo stesso Bisio, è un poliziotto buono ma brusco, con qualche fantasma del passato ancora da archiviare.

La cronaca giudiziaria resta fuori, ma il metodo no

Sebbene l’intervista non contenga riferimenti a fatti di sangue o inchieste reali, va ricordato che l’approccio di Bisio – e della serie stessa – si muove su un crinale delicato: quello di rappresentare le forze dell’ordine senza retorica militarista, anzi con una certa asprezza nei confronti delle “divise” intese come simbolo. L’attore, da parte sua, non si è mai sottratto a domande scomode, e il pentimento espresso sulla scuola dei figli ha il sapore di una confessione familiare più che di un’opinione pubblica. Non ci sono, nel suo racconto, giudizi su altri modelli educativi né generalizzazioni sulla scuola italiana; c’è solo il rammarico di una scelta che allora sembrava giusta e oggi, con il senno di poi, appare come un’occasione mancata. E forse è proprio questa – l’ammissione privata di un errore di valutazione – la nota più umana e meno costruita di un attore che, in fondo, sta solo cercando di lanciare una fiction.

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