«Uno sbirro in Appennino», la serie con Claudio Bisio tra delitti e radici spezzate
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, in quasi ogni carriera di successo, in cui la lontananza da ciò che si è stato diventa un peso più grande di qualsiasi medaglia appesa al petto. Ed è proprio da questa consapevolezza – amara, per certi versi, ma anche terribilmente umana – che prende forma «Uno sbirro in Appennino», la nuova serie televisiva destinata alla prima serata di Rai 1, in cui Claudio Bisio torna protagonista dopo alcune esperienze più spiccatamente comiche per vestire i panni di Vasco Benassi, commissario di polizia. Lui, che il grande pubblico ha imparato a conoscere tra una risata e l’altra, si confronta qui con un ruolo che richiede una misurata intensità drammatica: Benassi è un investigatore stimato a Bologna, abituato a muoversi tra le pieghe della criminalità cittadina, finché un intervento giudicato “poco ortodosso” dai suoi superiori non ne determina il trasferimento. Destinazione? Il piccolo paese dell’Appennino bolognese dove tutto, per lui, è cominciato.
Un commissario in esilio, tra inchieste e fantasmi personali
La struttura narrativa di «Uno sbirro in Appennino» non si limita a proporre l’ennesimo giallo di provincia. L’ideatore Fabio Bonifacci e il regista Renato De Maria – quest’ultimo già noto per la sua capacità di raccontare l’Italia contemporanea con sguardo asciutto – costruiscono una storia che intreccia il procedimento investigativo a un’indagine interiore. Benassi, una volta arrivato nel borgo natale, si trova a fare i conti con luoghi e volti che credeva di aver sepolto sotto anni di carriera e distanza. La produzione, firmata da Picomedia in collaborazione con Rai Fiction, sceglie di non trasformare l’Appennino in una cartolina turistica, ma in un vero e proprio specchio deformante del protagonista: ogni strada, ogni silenzio tra i boschi, persino l’asfalto delle statali che tagliano la montagna, diventa un promemoria di ciò che si è lasciato indietro. E i casi di cui Benassi deve occuparsi – omicidi, sparizioni, segreti di paese – si rivelano ben presto collegati a quella stessa rete di rapporti umani che lui aveva tentato di recidere.
Le location come cifra stilistica di un’Italia minore
Non si può parlare di questa serie senza menzionare il ruolo che le location giocano nell’economia del racconto. Le riprese, effettuate tra il centro di Bologna e alcuni dei borghi più appartati dell’Appennino emiliano, restituiscono un’Italia che i riflettori nazionali raramente accarezzano. Non ci sono monumenti celebrativi né scorci da cartolina: ci sono invece stazioni di servizio deserte, strade che si inerpicano tra faggete e nebbie improvvise, e quelle piazze di paese dove ogni sguardo sembra nascondere un’accusa o un’assoluzione. La scelta di ambientare qui le indagini di Benassi non è casuale: il commissario, che a Bologna era abituato all’anonimato della grande città, si ritrova esposto in un contesto dove tutti sanno tutto di tutti. E dove, proprio per questo, il delitto non è mai solo un fatto di cronaca, ma una lacerazione nel tessuto di relazioni che tiene in vita queste comunità minute.
La programmazione e l’anteprima digitale
Per chi volesse addentrarsi in questa atmosfera prima della messa in onda tradizionale, la piattaforma RaiPlay offre un’anteprima a partire dal 7 aprile 2026, mentre il debutto in chiaro su Rai 1 è fissato per il 9 aprile. In entrambi i casi, si parla di una fascia oraria – la prima serata – che tradizionalmente premia prodotti solidi, capaci di tenere incollato il pubblico senza ricorrere a facili sensazionalismi. La regia di De Maria, in tal senso, evita con cura qualsiasi compiacimento voyeuristico: le scene più tese vengono risolte con un’economia di mezzi che lascia spazio alle reazioni dei personaggi, piuttosto che al dettaglio cruento. Anche quando si sfiorano territori vicini alla cronaca nera – omicidi, depistaggi, vecchi rancori che riemergono – la macchina da presa si concentra sugli sviluppi giudiziari e sulle indagini, senza indugiare su particolari espliciti. Un approccio, questo, che restituisce dignità al genere poliziesco italiano, spesso schiacciato tra modelli stranieri e derive troppo leggere.
Bisio e il coraggio di cambiare pelle
Claudio Bisio, dal canto suo, dimostra ancora una volta di possedere quella duttilità che pochi attori comici riescono a trasformare in credibilità drammatica. Il suo Vasco Benassi non è l’eroe senza macchia, né il burbero dal cuore d’oro: è piuttosto un uomo stanco, segnato da scelte professionali discutibili e da un rapporto con le proprie origini mai veramente risolto. Si direbbe che la serie, più che sulle acrobazie dell’indagine, giochi la sua partita migliore proprio su questo terreno scivoloso – quello della memoria e del riscatto possibile. E se è vero che ogni fiction poliziesca ha bisogno di un buon colpevole da smascherare, «Uno sbirro in Appennino» scommette che il vero mistero, alla fine, sia quello che ciascuno di noi porta dentro di sé: il motivo per cui siamo scappati, un tempo, e quello per cui forse dovremmo tornare.




