Lo “sbirro” Claudio Bisio rilancia l’Appennino: fascino tra storia e turismo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è una strana alchimia, in queste terre di crinali e nebbie che avvolgono i castagneti, capace di tenere incollati davanti al piccolo schermo più di quattro milioni di telespettatori. La serie ‘Uno sbirro in Appennino’, con un Claudio Bisio perfettamente a suo agio nei panni del commissario Vasco Benassi, ha letteralmente sbancato l’Auditel nella sua prima serata su Rai Uno: i dati parlano di un ascolto medio che sfiora il 24% di share, un risultato che ha superato di slancio la concorrenza delle altre reti e che ha trasformato il borgo immaginario di Muntagò – insieme ai luoghi reali delle riprese come Castiglione dei Pepoli – nel centro geografico della televisione italiana. Non è solo un caso di fiction riuscita, questa, perché dietro il genere poliziesco si cela una precisa operazione culturale che ridisegna il rapporto tra la narrazione popolare e il territorio.
L’Appennino che fa da sfondo alle indagini di Benassi – un professionista dell’investigazione che paga un errore con un punitivo ritorno al paese natio – non è una cartolina edulcorata, bensì un crogiolo di contraddizioni dove il fascino del paesaggio si intreccia ai tormenti dell’anima. Proprio come suggeriva una battuta dell’episodio ‘Il caso degli spiriti’, proiettato in anteprima al cinema di Lagaro, in quelle zone «per anni non succede nulla, poi il finimondo»; una frase che riassume la poetica della serie, capace di alternare omicidi e malavita a una lentezza quasi esistenziale. E se la macchina da presa di Renato De Maria esalta i crinali come fossero scenari da western, lo sceneggiatore bolognese Fabio Bonifacci ha rivelato come ci siano voluti sei tentativi per portare finalmente sullo schermo una storia che celebrasse la sua terra d’origine.
Un set che diventa manifesto per la rinascita tra cultura e crisi
Siamo di fronte a quella che molti, tra amministratori locali e addetti ai lavori, hanno definito la nuova alba dell’Appennino bolognese; un territorio sacro per artisti del calibro di Francesco Guccini, che qui ha sempre trovato ispirazione, e del regista Pupi Avati, che esattamente 43 anni fa vi ambientò il suo celebre ‘La gita scolastica’. La fiction, prodotta da Picomedia, agisce così da volano turistico involontario: proiettare quelle immagini in prima serata significa attrarre un pubblico nuovo, curioso di camminare lungo la Via degli Dei (che ha visto i passaggi schizzare da 8mila a 23mila presenze in pochi anni) o di respirare l’aria di quei borghi che sembrano usciti da un romanzo di Loriano Macchiavelli. Tuttavia, mentre la tv dipinge un quadro idilliaco e avvincente, la realtà delle comunità locali resta appesa a un filo sottile.
Se il commissario Benassi risolve i casi con l’aiuto dei bar e del web, fuori dallo schermo la preoccupazione per lo spopolamento non è affatto un ricordo. A Porretta Terme, giusto per citare un caso, la chiusura di un’attività storica legata al celebre tortino ha portato a licenziamenti, mentre a Gaggio Montano la crisi della Gaggio Tech mette a rischio un centinaio di famiglie. Il presidente dell’assemblea legislativa Maurizio Fabbri, da sempre paladino della montagna, ha voluto sottolineare come questa serie dipinga un territorio che “funziona” dal punto di vista dell’immagine, ma la speranza – come ammesso dallo stesso regista – è che il pubblico regali il sogno di una seconda stagione per ‘costringere’ la Rai al bis, continuando così a mantenere accesi i riflettori su queste valli.
Il personaggio, tra commedia umana e critica al poliziesco tradizionale
Claudio Bisio, che non ha mai amato le divise fin dai tempi delle occupazioni studentesche negli Anni Settanta, riesce nell’impresa di rendere il commissario Benassi un uomo “naif”, brusco ma sorprendentemente umano. A differenza di altri eroi della serialità italiana, il suo Vasco non ama la pistola e preferisce l’indagine psicologica, una scelta che rifugge la violenza gratuita per abbracciare una dimensione più intima e, oserei dire, guascona. Lo affianca una galleria di personari ben tratteggiati: dalla sindaca di Bologna Nicole Poli (Valentina Lodovini), grande amore platonico, alla giovane agente Amaranta (Chiara Celotto), che gli fa da mentore inverso in un rapporto quasi padre-figlia.
C’è però una critica di fondo che attraversa l’analisi della serie, sollevata in particolare da chi osserva il fenomeno delle Film Commission: il rischio, spesso concreto, che la narrazione si faccia troppo levigata e “turistica”, piegata alle esigenze di promozione territoriale a scapito della verità cruda dei luoghi. In questo senso, ‘Uno sbirro in Appennino’ oscilla tra questi due poli: da un lato la volontà di restituire dignità a un’area spesso dimenticata dai produttori romani, dall’altro la spettacolarizzazione necessaria per tenere alto l’interesse del pubblico. E forse, proprio in questo equilibrio instabile, risiede la sua forza maggiore.




