Uno sbirro in Appennino, Claudio Bisio nei panni di un commissario fuori schema tra i silenzi del territorio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un’Italia che la televisione fatica a mettere a fuoco, quella dei borghi che si svuotano e delle strade strette dove tutti conoscono il nome di tutti, e “Uno sbirro in Appennino” – la nuova serie targata Rai Fiction in collaborazione con Picomedia, che debutta stasera su Rai 1 per quattro prime serate – ha scelto proprio questo scenario per costruire la sua narrazione. La regia, affidata a Renato De Maria, trasforma il paesaggio in un vero e proprio co-protagonista, lontano dagli stereotipi urbani che solitamente fanno da sfondo al genere poliziesco; non siamo di fronte a una semplice storia di crimine da risolvere, ma a un racconto che respira l’aria rarefatta dell’Appennino, tra misteri di provincia e segreti che il tempo non ha mai davvero sepolto. Il commissario Vasco Benassi, interpretato da un Claudio Bisio che abbandona quasi del tutto la comicità pura per vestire i panni di un uomo segnato dalle proprie scelte, arriva a Muntagò – il paese immaginario che diventa il microcosmo dell’intera vicenda – non per scelta, ma come conseguenza di un errore professionale che lo ha allontanato da Bologna.
Un ritorno forzato che sa di resa dei conti con le radici dimenticate
Vasco Benassi, che i colleghi consideravano il miglior investigatore in circolazione, si ritrova così costretto a fare i conti con un passato che aveva volutamente archiviato, quel groviglio di relazioni lasciate in sospeso e ferite mai rimarginate che lo aspetta dietro ogni curva del paese. La serie, scritta da Fabio Bonifacci e Valentina Gaddi, non si limita a proporre l’ennesima indagine procedurale, ma intreccia il filo del giallo con quello del dramma umano e familiare; l’incontro con la cugina Gaetana (Elisa Di Eusanio), che lavora come ispettrice nel locale commissariato, e con il marito di lei Bruno (Ivan Zerbinati), suo vecchio rivale, riapre capitoli della sua biografia che pensava di aver chiuso per sempre. E poi c’è Nicole Poli, interpretata da Valentina Lodovini, sindaca di Bologna e grande amore platonico della giovinezza, la cui presenza complica ulteriormente un quadro emotivo già di per sé instabile; il ritorno a casa, insomma, non rappresenta una punizione solo sul piano professionale, ma una vera e propria immersione in quelle radici che lui stesso aveva reciso andandosene via.
Tra indagini di provincia e il rapporto speciale con una giovane agente
A movimentare la routine del piccolo centro ci pensa però l’arrivo di Amaranta (Chiara Celotto), una giovane poliziotta partenopea dal carattere deciso che chiede espressamente di lavorare al fianco di Benassi, attratta dalla sua fama di sbirro geniale ma anticonformista. Tra i due nasce un legame complesso, che De Maria ha definito una sorta di “genitorialità dell’anima”, un rapporto che oscilla tra la dinamica maestro-allieva e qualcosa di più profondo e intimo; mentre la coppia indaga su casi che sconvolgono l’apparente quiete di Muntagò – dal presunto suicidio di un muratore molto amato fino a un traffico di preziosi reperti etruschi – il telefilm mette in scena anche il confronto generazionale e la fatica di ritrovare un posto nel mondo. La prima puntata, intitolata “Delitto o pregiudizio?”, introduce subito il clima sospeso della serie: la morte sospetta di un anziano nel borgo di Ca’ Pasello e la successiva scoperta di una piantagione di marijuana nascosta nei boschi – vicenda che coinvolgerà il figlio della sindaca, il giovane soprannominato “Il Magico” – servono a mostrare come in questi luoghi ogni azione, anche la più piccola, abbia il peso specifico di una rivelazione pubblica.
Un crime “alla nostra maniera” che riscopre il fascino del territorio
Renato De Maria, regista che ha firmato lavori come “Lo spietato” e “Distretto di Polizia”, ha parlato esplicitamente di un poliziesco “alla nostra maniera” per descrivere il tono di questa produzione, dove l’azione lascia spazio ai dialoghi, ai silenzi e a quelle atmosfere da western italiano che la colonna sonora dei Pivio e De Scalzi contribuisce a enfatizzare. Le riprese, effettuate tra Castiglione dei Pepoli, il Lago di Suviana e il borgo La Scola, hanno restituito un’immagine autentica del crinale appenninico, lontana dalla cartolina patinata e vicina invece a quella realtà fatta di spopolamento e tradizioni che resistono. Bisio, dal canto suo, ha costruito un personaggio sfumato e malinconico, un commissario impulsivo che si fida più dell’istinto che delle procedure, e che proprio in questa fragilità – nella sua umanità talvolta scomoda – trova la cifra della sua credibilità; non c’è spazio per l’eroe solitario e impeccabile, ma per un uomo che, sbirro o no, cerca semplicemente di rimettersi in ascolto di un posto che non lo ha mai dimenticato.




