«Uno sbirro in Appennino»: le location della serie con Claudio Bisio svelano le meraviglie segrete d’Italia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un poliziotto che ha girato mezzo Paese, ha cambiato commissariato come altri cambiano maglietta e, alla fine, si è persino dimenticato l’accento delle sue montagne. Poi, però, qualcuno – il destino, o forse solo la questura – lo rispedisce indietro. E lì, tra curve silenziose e paesi che il turismo ha dimenticato, Vasco Benassi, il commissario nato dalla penna di Fabio Bonifacci e dal scenico di Claudio Bisio, si trova a fare i conti con qualcosa di più grande dei singoli casi da risolvere. Perché «Uno sbirro in Appennino», disponibile in anteprima su RaiPlay dal 7 aprile 2026 e in onda su Rai 1 a partire dal 9 aprile, non è soltanto una serie poliziesca: è un viaggio geografico ed emotivo dentro quelle terre che, viste da un’auto di servizio in corsa, rivelano un’Italia segreta, fatta di silenzi, asfalto che si perde tra i faggi e centri antichi ancora vivi.
Bologna e le statali dell’Appennino: quando lo sfondo diventa memoria
Le riprese, lo si capisce fin dalla prima inquadratura, non si sono limitate a inseguire il gesto teatrale di Bisio – che qui interpreta un uomo di sessant’anni, boomer, irruento e sboccato ma, a suo modo, «un pezzo di pane». Hanno invece seguito un metodo quasi documentaristico: il centro di Bologna, con i suoi portici che diventano labirinto metropolitano, e le silenziose strade statali che tagliano l’Appennino emiliano sono stati trasformati in veri e propri personaggi muti. In quelle curve, il commissario Vasco Benassi (un chiaro omaggio al Blasco, come si legge nei materiali della serie) ritrova le radici che credeva di aver reciso. La regia di Renato De Maria e la scrittura di Bonifacci giocano su questo doppio registro: ogni luogo è un indizio, ogni paese sperduto una ferita aperta o un segreto sepolto. E così, quello che poteva essere un semplice sfondo narrativo diventa invece la mappa di un’interiorità tormentata.
Claudio Bisio e il patriarca che non sa di esserlo: il caso e la collega
La tensione, in questa serie, non nasce solo dall’omicidio o dal mistero di puntata. Nasce soprattutto dal modo in cui Benassi si relaziona al mondo, e in particolare alla giovane collega Amaranta, interpretata da Chiara Celotto. «Tra loro si creano scintille», ha spiegato lo sceneggiatore. «È lui che si comporta da patriarca o è lei che vede l’atteggiamento maschilista ovunque? Forse la verità sta nel mezzo». Una domanda che la fiction non si limita a porre, ma incarna nei gesti quotidiani, nelle battute sbagliate al momento sbagliato, in quel «retropensiero inconsapevole che tende al maschilismo» di cui parla Bonifacci. Un uomo che ha sessant’anni, abituato a un mondo antico, si trova spiazzato da una collega più giovane che non gli concede lo spazio che lui crede di meritare. E l’Appennino, in questo, fa da cassa di risonanza: lì, dove le gerarchie sembrano immutabili, ogni piccola scossa relazionale diventa terremoto.
Un poliziotto naif in un paese di segreti: la formula della serie
Non c’è, in «Uno sbirro in Appennino», il tentativo di costruire l’ennesimo eroe solitario e algido. Bisio, dal canto suo, costruisce un personaggio goffo, impulsivo, sboccato, a tratti persino inappropriato. Un poliziotto che ha perso l’accento ma non la durezza di chi è cresciuto in un luogo dove le parole pesano. Quando torna in Appennino, dopo l’ultimo impiego a Bologna, lo fa da respinto, da uomo che l’amministrazione ha spedito a fare il suo tempo in una specie di esilio dorato. Ma i casi che gli capitano – e che la serie distribuisce lungo le puntate – non sono mai solo enigmi da risolvere: sono specchi. Ogni indagine lo costringe a guardarsi dentro, a confrontarsi con un passato che non perdona, fatto di segreti familiari, silenzi di paese, ombre che si allungano sui crinali. La fiction, in questo senso, evita con cura la spettacolarizzazione fine a se stessa: anche quando sfiora la cronaca nera – e lo fa in modo rispettoso, senza dettagli espliciti – preferisce seguire il filo dell’inchiesta, del dubbio giudiziario, delle indagini che si svolgono più nelle pieghe dei rapporti umani che nelle aule dei tribunali.
L’anteprima digitale e il debutto in prima serata: una strategia che paga
La scelta di lanciare la prima puntata su RaiPlay il 7 aprile, due giorni prima della messa in onda su Rai 1, non è certo un dettaglio trascurabile. Segnala una volontà precisa: intercettare quel pubblico che ormai consuma le serie in piattaforma, ma senza rinunciare al rito collettivo della televisione generalista. Un doppio passaggio che, nel caso di una serie così legata al territorio e al senso di appartenenza, funge quasi da ponte tra due modi di raccontare storie. Chi guarda in anteprima digitale si troverà davanti la stessa identica immagine di chi si siederà davanti al piccolo schermo il 9 aprile: nessun montaggio alternativo, nessuna concessione al mezzo. Solo l’Appennino, con le sue strade deserte e i suoi centri antichi, e un commissario che cerca di ritrovare se stesso mentre cerca gli altri. E forse, in questo equilibrio precario tra poliziesco e intimo, tra luogo fisico e paesaggio interiore, sta la vera novità di questa serie.




