Claudio Bisio e il rimpianto sulla scuola dei figli: “Volevo il pubblico, poi ho ceduto”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Claudio Bisio, classe 1957, si prepara a tornare in televisione dal 9 aprile con una fiction targata Rai, “Uno sbirro in Appennino”, in cui veste i panni del commissario Vasco Benassi. L’attore, che ha costruito la sua popolarità tra cinema e teatro, ha approfittato delle interviste di lancio per concedersi qualche divagazione autobiografica, e una di queste – raccolta dal Corriere della Sera – riguarda un tema tanto privato quanto universale come l’educazione dei figli. A raccontarlo è lui stesso, con quella schiettezza che non gli ha mai fatto difetto: da studente degli anni Settanta, cresciuto a suon di occupazioni liceali, non ha mai amato le divise né le rigidità formali, pur mantenendo un rispetto assoluto per le forze dell’ordine. Eppure, quando si è trattato di scegliere la scuola per i propri figli, le sue convinzioni originarie – orientate verso la scuola pubblica – sono state messe alla prova da quelle della moglie, che premeva per un indirizzo steineriano.

Il confronto in famiglia e la scelta “obbligata”

La trattativa interna alla coppia, come spesso accade in queste circostanze, ha richiesto tempo e concessioni reciproche. Bisio, che si definisce un figlio di quel movimento culturale che metteva in discussione l’autorità costituita, avrebbe voluto per i suoi figli un percorso nel sistema pubblico, quello che lui stesso aveva frequentato non senza qualche attrito con i professori. La moglie, dal canto suo, aveva un’idea diversa: puntava alla scuola steineriana, un metodo alternativo che dà ampio spazio alla creatività e allo sviluppo armonico della persona. Alla fine, ammette l’attore con una punta di autoironia, è stata lei a cedere, e i figli hanno seguito la via dell’istruzione statale. Oggi, però, Bisio confessa un pentimento che suona quasi come un capovolgimento di prospettiva: rimpiange di non aver insistito per la soluzione steineriana, quella che inizialmente aveva scartato.

Tra fiction e vita reale, il commissario Benassi e i fantasmi del passato

Proprio mentre racconta questa piccola, intima resa familiare, Bisio si appresta a interpretare un personaggio – il commissario Vasco Benassi – che di resa ne ha fatta una ben più drammatica. Nella serie diretta da Renato De Maria, in onda su Rai 1 per quattro prime serate (con anteprima su RaiPlay dal 7 aprile), il suo poliziotto abbandona Bologna, dove era considerato il migliore, per essere “spedito” tra i monti di un paesino immaginario chiamato Muntagò, che diventa simbolo dell’intero Appennino. Non si tratta di una promozione, ma di una punizione: Benassi ha commesso un errore sul lavoro, e il ritorno a casa – nel luogo d’origine – rappresenta il prezzo da pagare. L’attore, che pure ha dichiarato più volte la sua posizione a favore della legalizzazione della cannabis e rivendicato una “faccia tosta” ben lontana dalla diplomazia, sembra quasi ritrovare in questo commissario atipico un alter ego malinconico, costretto a fare i conti con i propri sbagli invece che inseguire criminali in scenari urbani.

Un poliziotto “pop” e l’Appennino come protagonista

Ciò che rende “Uno sbirro in Appennino” diversa dalle fiction poliziesche tradizionali – e Bisio lo sottolinea senza falsa modestia – è proprio la cifra umana del protagonista, più intento a cercare sé stesso che a risolvere enigmi investigativi. Il curriculum del commissario Benassi è ricco di successi, ma l’errore commesso pesa come un macigno, e il paesaggio montano diventa una sorta di specchio per le sue contraddizioni. L’Appennino, con le sue dinamiche lente e le sue peculiarità quasi sospese nel tempo, non fa da semplice sfondo: è l’altro grande protagonista della serie, un personaggio collettivo che respira tra i boschi e le piazze di Muntagò. Bisio, pur non amando le divise nella vita reale, si cala nei panni di un poliziotto “buono ma brusco”, un uomo che deve affrontare i fantasmi del passato senza la possibilità di nascondersi dietro la frenesia della città.

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