Uno sbirro in Appennino, la commedia umana di Claudio Bisio che cambia scenario al poliziesco Rai

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un’aria nuova, quasi inaspettata, che sale dai crinali appenninici e che ad aprile si farà strada fino al prime time di Rai1. Quell’aria, fatta di boschi silenziosi, laghi placidi e paesi che lentamente si spopolano, diventa protagonista di una fiction che prova a ribaltare l’immaginario del poliziesco italiano. Si intitola “Uno sbirro in Appennino”, e il titolo stesso – con quel “in” che suggerisce immersione più che semplice ambientazione – racconta una scelta produttiva chiara: portare la divisa dove finora la televisione l’aveva messa da parte. Lo sbirro in questione ha il volto di Claudio Bisio, attore comico per vocazione e, va detto, per formazione politica personale. Lui stesso ricorda: «Non amo particolarmente le divise, non le ho mai amate: sono nato nel 1957 e dunque sono un figlio del clima del Sessantotto e degli anni Settanta». Eppure, eccolo lì, promosso a piedipiatti di fiducia da Viale Mazzini, in una serie che mescola indagine e commedia umana, lontana dalle metropoli e dai soliti stereotipi urbani.

Una produzione che scommette sull’Appennino come personaggio

La regia è affidata a Renato de Maria, mentre la scrittura porta la firma di Fabio Bonifacci. Insieme, hanno costruito quattro puntate – in onda dal 9 aprile in prima serata su Rai1, con anteprima dei primi due episodi su RaiPlay già dal 7 – dove il paesaggio non fa da sfondo ma da contraltare. L’Appennino diventa quasi un co-protagonista silenzioso: quelle creste che accarezzano il cielo, lo dice il racconto, finora erano rimaste ai margini dell’immaginario televisivo. Adesso, invece, si prendono la scena. E con loro, una comunità di montagna fatta di volti, piccole storie e qualche mistero. Nel cast, accanto a Bisio, figurano Chiara Celotto (giovane agente) e Valentina Lodovini, qui nei panni della sindaca di Bologna. Una scelta non casuale, visto che il crinale tra città e Appennino, nella serie, sembra essere continuamente attraversato.

Bisio, il Sessantotto e il rapporto difficile con le uniformi

Claudio Bisio, nelle interviste che hanno accompagnato il lancio della serie, non ha mai nascosto un certo disagio di fondo. «Figlio degli anni Settanta nell’animo», scherza ma non troppo: le divise, anche quelle per finzione, gli stanno sempre un po’ strette. «Mai state troppo simpatiche – ha confessato – sa, ricordi di gioventù». Eppure, ha accettato la sfida. Lo ha fatto, spiega, perché il copione non celebra l’autorità in modo retorico, ma la racconta con ironia e umanità. «Nel cast si è respirato un ottimo clima: ci si mandava sempre a quel paese con il sorriso», dice ancora Bisio, restituendo l’idea di un set vivo, poco oleografico. Una produzione, questa, che arriva in un momento particolare per l’attore: lo ritroveremo anche il 6 maggio a condurre la cerimonia dei David di Donatello insieme a Bianca Balti. Ma per ora, il suo “sbirro” è tutto concentrato tra i boschi e le stazioni dei carabinieri di paese.

Un’anteprima sull’Appennino e il caso degli spiriti

C’è un’altra data, però, che scalda gli animi di chi vive quelle montagne: l’11 aprile. Quel giorno, de Maria e Bonifacci saliranno direttamente in Appennino accompagnati da Chiara Celotto. L’occasione è la visione e il successivo commento del terzo episodio, intitolato “Il caso degli spiriti”. Un titolo che, già da solo, evoca un poliziesco tinto di mistero e suggestioni popolari, lontano dal sangue e vicino all’atmosfera delle leggende locali. Il cinema di Lagaro, in Emilia-Romagna, si prepara a fare festa: la regione è ormai un set sempre più gettonato, e questa fiction ne è l’ennesima conferma. Non ci sono dettagli giudiziari espliciti né cronaca nera cruda, ma il clima è quello dell’inchiesta soft, dell’indagine che si snoda tra pettegolezzi di paese e piccole verità sepolte. Bisio, da par suo, ci mette la faccia e quel sorriso che non smette mai di essere, anche da sbirro, profondamente comico. «Ho scelto di fare il comico grazie a Fo», ha ricordato in un’altra occasione. E forse, proprio quella lezione teatrale – anarchica, popolare, antiretorica – è la vera bussola di questo “Uno sbirro in Appennino”.

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