Il Fatto Quotidiano rompe il tabù e chiede i fondi pubblici all'editoria
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Redazione Esteri
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Cade quella che per anni era stata considerata una barriera ideologica invalicabile, un principio identitario ribadito in ogni sede e persino stampato sulla propria testata: Il Fatto Quotidiano, il giornale fondato e diretto da Marco Travaglio, ha presentato domanda per accedere al contributo straordinario previsto dal governo per l'editoria, quei dieci centesimi per ogni copia venduta che per lungo tempo sono stati bollati come una forma di "schiavitù di stampa". La comunicazione ufficiale, firmata dalla Società Editoriale Il Fatto (Seif), è stata pubblicata quasi di soppiatto, in un trafiletto relegato nelle pagine interne del giornale, lontano dai titoli di testa e dagli occhi distratti, quasi a voler celare l'imbarazzo di una scelta che stride con la narrativa fin qui ostentata. L'azienda, nella sua nota, precisa di essere ben consapevole del valore simbolico che per il quotidiano ha sempre avuto il rifiuto di finanziamenti pubblici, ma le motivazioni addotte per giustificare l'inversione di rotta affondano le radici in una crisi strutturale del mercato editoriale e in una congiuntura economica definita "molto difficile", condizioni che avrebbero spinto l'amministratore delegato, nelle sue precipue responsabilità gestionali, a valutare la mossa come necessaria per garantire la continuità aziendale e sostenere quella transizione digitale i cui costi, evidentemente, pesano come un macigno sui conti.
La retromarcia su un principio identitario
Il provvedimento in questione, varato dal governo Meloni nel dicembre scorso, stanzia un plafond complessivo di 65 milioni di euro per sostenere le imprese editrici di quotidiani e periodici, colpite dall'aumento dei costi di produzione, e prevede un rimborso di dieci centesimi per ogni copia cartacea venduta nel corso del 2023. Una misura che, di fatto, immette risorse statali nel bilancio delle testate, a prescindere dalla loro linea politica o proprietà, e che ora vedrà tra i beneficiari anche un giornale che aveva fatto della propria autonomia economica dallo Stato un cavallo di battaglia, se non il proprio principale tratto distintivo. La richiesta della Seif, come spiega la nota interna, non implica tuttavia un incasso immediato e automatico; la società precisa, con una formulazione che lascia spazio a possibili sviluppi, che l'intenzione, qualora il trend positivo registrato nei primi mesi dell'anno e il sostegno dei lettori dovessero proseguire, rimarrebbe quella di non percepire materialmente il contributo.
I conti in rosso e la pressione del mercato
A pesare sulla decisione, più di ogni altra considerazione, sono i numeri di un bilancio che, nonostante qualche timido segnale di ripresa in alcuni settori, mostra crepe profonde. Sebbene i ricavi pubblicitari abbiano registrato una crescita del 6,6% nel primo semestre del 2025, attestandosi a 1,47 milioni di euro, e nonostante l'aumento complessivo delle copie vendute trainato dagli abbonamenti digitali, i ricavi complessivi restano sostanzialmente invariati e il risultato netto si è chiuso in negativo per 1,6 milioni di euro. Una perdita che si aggiunge al rosso di 2,3 milioni di euro dell'esercizio precedente, dipingendo un quadro di sofferenza finanziaria che la holding editoriale non può più ignorare. È in questo contesto di difficoltà oggettive, dove la transizione al digitale, pur incrementando il numero di lettori, erode i margini a causa del minor prezzo delle copie virtuali rispetto a quelle cartacee, che si inserisce la scelta "pragmatica" dell'amministratore delegato di mettere da parte gli scrupoli ideologici e presentare la domanda.
Un precedente ingombrante e dichiarazioni passate
Il disagio con cui la direzione affronta la questione traspare non solo dalla collocazione defilata della notizia, ma anche dal silenzio imbarazzato che avvolge la vicenda. Chi, come Travaglio, aveva tuonato contro i colleghi di Libero, reo di essere proprietà di un imprenditore e di campare con i soldi pubblici, e chi aveva sostenuto che i giornali incapaci di sostenersi autonomamente dovrebbero semplicemente chiudere, si trova ora a dover fare i conti con una realtà che smentisce gran parte delle affermazioni passate. Non è peraltro la prima volta che il mondo del Fatto incrocia la disponibilità di denaro pubblico; recenti polemiche avevano riguardato un contributo di circa 68mila euro da parte della Regione Sardegna, all'epoca guidata dalla pentastellata Alessandra Todde, per uno spazio espositivo e una sessione dedicata al progetto Einstein Telescope durante la festa del giornale a Roma. In quell'occasione, come in questa, la replica era stata che si trattava di normali operazioni di comunicazione istituzionale, ma il dibattito politico aveva subito sollevato il caso, parlando di "clientelismo editoriale" e di risorse pubbliche piegate a sostegno di una testata politicamente vicina alla maggioranza regionale uscente.
La quotazione in borsa e le responsabilità societarie
Va considerato, per comprendere appieno la portata della svolta, che la Seif non è una semplice editrice artigianale, ma una società quotata su Euronext Growth Milan, con uno statuto che impedisce il controllo da parte di un singolo socio e che impone logiche di trasparenza e di bilancio ben diverse da quelle di una cooperativa giornalistica. Le azioni sono suddivise tra i soci fondatori, tra cui lo stesso Travaglio, Antonio Padellaro e Cinzia Monteverdi, e in quanto amministratore delegato, Monteverdi ha il dovere fiduciario di tutelare il valore dell'azienda e la sua continuità, anche a costo di intaccare quelli che, fino a ieri, sembravano dogmi incrollabili. La presentazione della domanda, in quest'ottica, diventa un atto dovuto verso i dipendenti, gli azionisti e i creditori, più che una scelta politica, sebbene le implicazioni politiche di un giornale che si è sempre opposto a qualsiasi forma di finanziamento statale e che ora tende la mano proprio all'esecutivo che tanto critica siano, oggettivamente, di non poco conto.




