Medicina, Bernini difende in aula la riforma "irreversibile" tra le polemiche
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Redazione Interno
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Con un’espressione che rievoca, forse involontariamente, toni di epoche politiche lontane, la ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha chiuso il suo intervento alla Camera sulla travagliata riforma dell’accesso a Medicina, dichiarando che “indietro non si torna”. Un’affermazione netta, pronunciata di fronte a un’aula semivuota, con cui ha tentato di arginare la marea di critiche sollevata dai risultati del primo appello di ammissione, risultati che lei stessa ha definito “disastrosi”. Nonostante l’evidente difficoltà nel gestire la crisi, tanto da apparire incerta perfino sulla data di pubblicazione degli esiti del secondo test, fissata genericamente “intorno a lunedì”, la ministra ha tenuto il punto sulla bontà dell’impianto normativo. “Per quanto perfettibile”, ha osservato durante l’informativa urgente, “la riforma rappresenta una novità profonda e irreversibile”, cercando di stemperare le preoccupazioni con la promessa che la graduatoria verrà riempita completamente, assicurando che nessuno studente perderà un anno di studi.
Le rassicurazioni e il nodo politico
Il cuore della difesa d’aula della ministra, al di là della fermezza sui princìpi, si è infatti articolato in una serie di rassicurazioni operative. Bernini ha escluso categoricamente la possibilità che migliaia di aspiranti medici rimangano “a piedi”, garantendo che non ci saranno posti lasciati vuoti e che, di conseguenza, a nessuno sarà precluso l’inizio del percorso accademico. Queste promesse, tuttavia, non sono bastate a sedare il malcontento che serpeggia anche all’interno della maggioranza, dove la Lega, pur avendo contribuito alla costruzione della riforma, ha iniziato a sollevare dubbi precisi. Attraverso le parole di un suo esponente, il partito ha espresso pubblicamente la necessità di “vigilare” affinché il nuovo sistema sia effettivamente “più giusto e meritocratico”, sottolineando come gli studenti rappresentino “l’utile sogno di una grande professione medica”. Una presa di distanza cauta ma significativa, che mette in luce le prime crepe in un quadro politico già teso.
L’opposizione attacca: “Disastro prodotto”, non passo storico
Ben più duri e diretti sono stati gli attacchi mossi dall’opposizione, che non ha usato mezzi termini per definire l’esito della nuova procedura. Un esponente di Alleanza Verdi e Sinistra ha bollato l’intera operazione non come il “passo storico” descritto dal governo, ma come un vero e proprio “autosabotaggio della destra”, accusando la maggioranza di aver portato a casa un “clamoroso fallimento”. Queste critiche, che si aggiungono alla raccolta di novantamila firme per chiedere le dimissioni della ministra, dipingono il quadro di una riforma nata sotto i peggiori auspici, la cui applicazione concreta ha finora generato più caos che certezze, lasciando famiglie e giovani in uno stato di profonda incertezza.
Il peso di una prova superata solo a metà
La questione, al di là delle contese politiche, rimane dunque irrisolta nell’attesa dei risultati del secondo appello, che dovranno confermare o smentire le garanzie fornite dal governo sulla capacità del sistema di assorbire tutti i candidati idonei. Quel che è emerso chiaramente dall’aula di Montecitorio è la fragilità di un progetto che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto abolire il numero chiuso storico in favore di un cosiddetto “semestre filtro”, ma che nei fatti si è scontrato con problemi organizzativi e di valutazione di non poco conto. La ministra Bernini, pur aggrappata all’irreversibilità del percorso intrapreso, deve ora affrontare non solo la sfida tecnica di sistemare le graduatorie, ma anche quella, ancor più complessa, di ridare credibilità a una riforma il cui primo esame è stato ammesso dallo stesso esecutivo come fallimentare, minando la fiducia di un’intera generazione di futuri medici.




