Calderoli e Zaia firmano la pre-intesa, mentre l'autonomia differenziata accende il dibattito nazionale
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Redazione Interno
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La firma della pre-intesa sull'autonomia differenziata, apposta a Venezia dal ministro Roberto Calderoli e dal presidente del Veneto Luca Zaia, riaccende i riflettori su una riforma che solleva interrogativi profondi sulla tenuta dei diritti essenziali e sulla coesione territoriale. L'intesa preliminare, che il governatore veneto non ha esitato a definire "storica", riguarda nello specifico quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza integrativa e, nonostante le perplessità sollevate da più parti, la sanità. Un passaggio che, se da un lato sancisce un accordo tecnico su competenze non direttamente legate ai livelli essenziali delle prestazioni, dall'altro alimenta le tensioni politiche tra il Nord e il Sud del paese, il quale teme un progressivo depauperamento di risorse e servizi.
Il nodo dei Lep e le preoccupazioni dal Sud
Proprio la questione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni che dovrebbero garantire i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale, costituisce il cuore del dibattito. Le dichiarazioni del presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, il quale, pur senza adottare chiusure ideologiche, ha sollevato pubbliche perplessità sulla gestione di funzioni sensibili come la sanità in assenza di quei parametri, evidenziano una frattura che va oltre gli schieramenti politici. Il tema, del resto, è stato portato all'attenzione della Camera dei deputati, dove il ministro Calderoli è stato chiamato a rispondere a un'interrogazione che chiedeva chiarimenti sulla volontà del governo di stipulare intese prima dell'attuazione dei Lep e senza tener conto dei principi enunciati di recente dalla Corte costituzionale.
Il via libera dell'esecutivo e il percorso già tracciato
L'ok alla pretesa di procedere, come ha rivelato la stessa documentazione, è arrivato direttamente dalla premier Giorgia Meloni, la quale ha autorizzato il ministro a raggiungere l'intesa con le quattro regioni coinvolte in questa prima fase: oltre al Veneto, anche Piemonte, Lombardia e Liguria. Un percorso, quello dell'autonomia differenziata, che affonda le sue radici nel referendum consultivo del 2017, promosso proprio da Zaia, al quale parteciparono oltre due milioni di veneti. La firma di Palazzo Balbi, seppure preliminare, rappresenta dunque un passo concreto e fortemente simbolico in un iter che, nonostante le garanzie formali, continua a suscitare allarme in una parte consistente del paese, la quale osserva con apprensione il trasferimento di ulteriori competenze senza che i livelli essenziali di servizi fondamentali siano stati definiti in modo uniforme.
Una partita che si gioca sul piano tecnico e su quello politico
La complessità del dossier risiede nell'intreccio tra aspetti tecnico-amministrativi e implicazioni politiche di vasta portata. Da una parte, infatti, si procede con la definizione di intese su materie specifiche, alcune delle quali, come la sanità, toccano da vicino la vita dei cittadini; dall'altra, il dibattito pubblico fatica a seguire le nuances giuridiche e si concentra sul conflitto tra diverse visioni del paese. La riforma, che pure viene presentata come un'opportunità per efficientare l'azione amministrativa e avvicinare i centri decisionali ai territori, rischia di essere percepita come un fattore di diseguaglianza, acuendo quelle divergenze tra Nord e Sud che si vorrebbero, almeno a parole, superare.




