Terzo trimestre 2025, l'Istat fotografa un mercato del lavoro in controtendenza: calano gli occupati, sale il costo del lavoro
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Redazione Economia
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Il quadro che emerge dai dati Istat sul terzo trimestre del 2025 disegna un mercato del lavoro italiano dalle dinamiche complesse, se non contraddittorie, dove a segnali di vitalità produttiva si affiancano elementi di fragilità strutturale. Mentre il sistema economico nel suo complesso, infatti, ha fatto registrare un incremento dell'input di lavoro, calcolato in ore lavorate, pari allo 0,7% sul trimestre precedente e al 2% su base annua, il numero degli occupati ha invece intrapreso un lieve ma significativo sentiero di discesa. Il totale delle persone al lavoro, depurato dagli effetti stagionali, si è infatti attestato a 24 milioni e 102 mila unità, segnando una flessione di 45 mila unità, corrispondente a un -0,2%, rispetto ai tre mesi precedenti.
Il calo trainato dai contratti a termine
A determinare questo arretramento, che interrompe una fase di crescita durata diversi trimestri, ha contribuito in maniera preponderante la contrazione dell'occupazione dipendente a tempo determinato. Quest'ultima, spesso considerata un indicatore anticipatore del ciclo economico e delle intenzioni delle imprese, è diminuita di 51 mila unità, un calo del 2% che ha finito per trascinare in negativo l'intero aggregato. Dall'altro lato, l'occupazione a tempo indeterminato è rimasta sostanzialmente stabile, dimostrando una certa resilienza, mentre è cresciuto, seppur in misura contenuta, il numero dei lavoratori indipendenti, aumentati di 14 mila unità (+0,3%).
Il paradosso delle ore lavorate e la pressione sull'inattività
La discrepanza tra l'aumento delle ore complessivamente lavorate dal sistema e la diminuzione del numero di occupati pone diversi interrogativi, suggerendo come le imprese possano aver risposto a una domanda sostenuta intensificando il carico orario piuttosto che assumendo nuova forza lavoro. Contemporaneamente, il rapporto dell'Istituto di statistica segnala un aumento della pressione sul fronte dell'inattività, ossia di quella fetta di popolazione in età da lavoro che non risulta occupata e non è in cerca di un'occupazione. Questo dato, spesso più difficile da interpretare rispetto al tasso di disoccupazione, indica un allargamento di quell'area di potenziale forza lavoro che, per ragioni che possono essere legate alla decrescita demografica, alla scoraggiamento o a inefficienze nei meccanismi di incontro tra domanda e offerta, rimane ai margini del mercato.
Il contesto del costo del lavoro
A completare un panorama di transizione, l'Istat ha rilevato una crescita del costo del lavoro per unità di prodotto, un indicatore che misura la pressione salariale in relazione alla produttività. Questa dinamica, unita al dato sulle retribuzioni che hanno continuato la loro corsa, seppur contenuta, inserisce il quadro occupazionale in un contesto macroeconomico più ampio, dove la competitività delle imprese si misura anche sul delicato equilibrio tra costi della manodopera e margini di profitto. La flessione dei contratti a termine, in questo scenario, potrebbe riflettere non solo una minore propensione ad assumere in un clima di incertezza, ma anche una riorganizzazione interna delle aziende di fronte a costi crescenti.




