Il Financial Times accusa: l’Iran usò un satellite cinese per colpire le basi Usa. Pechino: “Notizie inventate”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Secondo quanto riportato dal Financial Times, che avrebbe avuto accesso a documenti militari iraniani trapelati, Teheran si sarebbe servita di un satellite spia di origine cinese per condurre attacchi mirati contro le basi statunitensi dislocate in tutto il Medio Oriente, durante l’ultimo conflitto. L’intelligence orbitale, gestita presumibilmente da Pechino, avrebbe fornito ai pasdaran della Rivoluzione le coordinate necessarie per centrare gli obiettivi americani, dal Golfo Persico ad altre postazioni strategiche nella regione. Una rivelazione che, se confermata, getterebbe un’ombra lunga sul ruolo di mediazione che la Cina ha tentato di ritagliarsi nel delicato equilibrio mediorientale.

La replica di Pechino, però, non si è fatta attendere ed è stata categorica. Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha definito le notizie di stampa “interamente fabbricate”, rigettando con fermezza l’accusa di aver fornito supporto militare all’Iran. In un messaggio pubblicato su X, Lin ha aggiunto un avvertimento chiaro: qualora Washington decidesse di intensificare la sua guerra commerciale contro la Cina basandosi su queste presunte prove, “Pechino risponderebbe con contromisure”. Una dichiarazione che trasforma un presunto dossier di intelligence in una potenziale scintilla per un nuovo fronte di tensione tra le due superpotenze.

L’asse neutrale svizzero e il cessate il fuoco in scadenza

Mentre la polemica satellitare infiamma il dibattito, l’agenzia Associated Press riferisce di un’intesa di massima raggiunta tra Washington e Teheran per prolungare il cessate il fuoco oltre la scadenza del 21 aprile, con l’obiettivo di concedere più ossigeno ai negoziati in corso. Un accordo “di principio”, lo definisce l’Ap, che ancora non è stato formalizzato ma lascia intravedere una volontà reciproca di evitare un’immediata ricaduta nelle ostilità. A fungere da possibile cerniera diplomatica è la Svizzera: un alto funzionario elvetico ha dichiarato ad Haaretz che Berna si è offerta di ospitare colloqui separati tra Usa e Iran, da un lato, e tra Israele e Libano dall’altro. Un ruolo tradizionale di mediazione, quello confederato, che potrebbe rivelarsi cruciale per tenere insieme i fili di un puzzle regionale esplosivo.

Trump: “Guerra molto vicina alla fine”

Sul fronte politico-militare, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rilasciato dichiarazioni improntate a un cauto ottimismo. Intervistato da Fox Business Network, ha ripetuto che il conflitto con l’Iran è “molto vicino alla fine”, auspicando la possibilità di un accordo entro la fine di aprile. “Li abbiamo sconfitti militarmente, in modo totale”, ha affermato Trump, aggiungendo una considerazione a effetto: “Se dovessi ritirarmi in questo preciso istante, ci impiegherebbero 20 anni per ricostruire il Paese, e noi non abbiamo ancora finito”. Un messaggio che combina la rivendicazione di una vittoria schiacciante con la consapevolezza che il post-conflitto sarà lungo e complesso. “Vedremo cosa accadrà”, ha proseguito, “credo che vogliano davvero, a tutti i costi, raggiungere un accordo”. Parole che, per quanto ottimistiche, lasciano ancora aperte tutte le variabili sul tavolo.

I pasdaran e l’ombra del satellite: un’inchiesta ancora aperta

La rivelazione del Financial Times, che sostiene di avere in mano i documenti originali dei pasdaran, riapre quindi un capitolo delicato delle operazioni militari in Medio Oriente. L’utilizzo di una rete satellitare di sorveglianza made in China – se dimostrato – rappresenterebbe non solo un salto di qualità nella capacità di fuoco iraniana, ma anche un implicito cambio di posizione da parte di Pechino, finora ufficialmente equidistante. La smentita categorica del ministero degli Esteri cinese, accompagnata da una minaccia di ritorsioni commerciali, non ha però fugato i dubbi. E mentre la diplomazia svizzera tenta di tessere una tregua, e Trump annuncia una fine imminente delle ostilità, resta sul tavolo un interrogativo pesante: chi ha davvero guidato la mano di Teheran, puntando il dito contro le basi americane nel deserto?

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