Il Financial Times e l’ombra del satellite cinese sugli attacchi iraniani alle basi Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra tecnologica, quella che si combatte a migliaia di chilometri di altitudine con occhi elettronici puntati sulla Terra, avrebbe giocato un ruolo cruciale negli scontri tra Iran e Stati Uniti in Medio Oriente. Secondo una ricostruzione del Financial Times, che cita documenti militari iraniani trapelati – la cui autenticità, va detto, non è stata verificata in modo indipendente – Teheran si sarebbe avvalsa di un satellite per lo spionaggio di origine cinese per individuare e colpire le basi militari statunitensi disseminate nella regione. L’articolo del quotidiano londinese, pubblicato sulla scia di tensioni ormai croniche, suggerisce l’esistenza di una collaborazione tecnologica avanzata tra la Repubblica islamica e Pechino, una cooperazione che andrebbe ben oltre i tradizionali accordi commerciali o petroliferi.

La smentita categorica di Pechino e la minaccia di ritorsioni commerciali

La reazione della Cina non si è fatta attendere, ed è stata perentoria. Il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, ha definito “interamente fabbricate” le accuse secondo cui Pechino avrebbe fornito un supporto militare diretto all’Iran attraverso l’uso dei propri asset spaziali. In una dichiarazione diffusa anche sul suo account social, Lin ha ribaltato la prospettiva, avvertendo che se Washington decidesse di intensificare la guerra commerciale basandosi su queste presunte prove, la Cina sarebbe pronta a rispondere con “contromisure”. Una frase, quest’ultima, che lascia intendere la volontà di non subire passivamente l’escalation retorica, pur senza specificare la natura di quelle contromisure.

L’accordo di principio tra Washington e Teheran e il ruolo della Svizzera

Mentre il fronte dell’accusa e della contro-accusa si infiamma, l’agenzia Associated Press ha riferito di un possibile spiraglio diplomatico. Fonti non meglio precisate avrebbero fatto sapere che Stati Uniti e Iran avrebbero raggiunto “un accordo di principio” per prorogare il cessate il fuoco, la cui scadenza era fissata al 21 aprile. Una proroga, questa, che servirebbe a guadagnare tempo prezioso per i negoziati, evitando una rottura immediata. A facilitare il dialogo, stando a quanto dichiarato da un alto funzionario svizzero al giornale Haaretz, si sarebbe offerta la Confederazione Elvetica. Il suo ruolo, tradizionalmente legato alla diplomazia discreta e ai mandati di protezione, sarebbe quello di ospitare colloqui separati: da un lato tra Usa e Iran, dall’altro tra Israele e Libano. Un doppio binario negoziale che testimonia la complessità di un quadro regionale dove ogni filo tirato rischia di far crollare l’intero tessuto.

L’ottimismo di Trump e l’ipotesi di un conflitto chiuso entro aprile

A gettare benzina sul fuoco, o forse a tentare di raffreddare le polveri con un’affermazione netta, ci ha pensato Donald Trump. Il presidente americano, in un’intervista a Fox Business Network, ha ripetuto il suo mantra: la guerra contro l’Iran è “molto vicina alla fine”. Un accordo, secondo lui, sarebbe possibile entro la fine di aprile. “Li abbiamo sconfitti militarmente, in modo totale”, ha affermato Trump, aggiungendo una considerazione sulla portata della distruzione: “Se dovessi ritirarmi in questo preciso istante, ci impiegherebbero 20 anni per ricostruire il Paese, e noi non abbiamo ancora finito”. L’idea che il conflitto possa considerarsi “chiuso” entro aprile – come suggerito da alcune ricostruzioni giornalistiche – si scontra però con la realtà di un’intelligence ancora in allarme e di una tensione che, nonostante le parole roboanti, non accenna a dissolversi. Resta da capire, e i documenti in possesso del Financial Times proverebbero a spiegarlo, quanto abbia inciso quel famoso “aiutino” satellitare cinese negli attacchi dei pasdaran, permettendo colpi mirati che altrimenti sarebbero stati impossibili.

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