La seconda stagione di One Piece, tra cameo a sorpresa e la fedeltà creativa di Oda

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è fatta attendere quasi tre anni, ma alla fine l’approdo sulla Rotta Maggiore è arrivato e la seconda stagione di One Piece, il live action prodotto e distribuito da Netflix, è ora disponibile in otto nuovi episodi che da Loguetown conducono la ciurma della Going Merry fino alle soglie di Drum Island. La serie, che ha da poco debuttato sulla piattaforma subito dopo la conclusione della quarta stagione di Bridgerton, sta già raccogliendo un riscontro di critica e pubblico notevole, con un punteggio che su Rotten Tomatoes tocca la perfezione, a testimonianza di come l’adattamento abbia saputo convincere anche i più scettici. Gran parte del merito, va detto, risiede nella supervisione costante e meticolosa del creatore del manga, Eiichiro Oda, il cui coinvolgimento diretto ha permesso di correggere il tiro rispetto ad alcune soluzioni narrative della prima stagione e di osare con maggiore sicurezza.

La sensazione, per chi segue le avventure di Rufy e dei suoi compagni sin dalle origini, è che la macchina produttiva abbia ormai ingranato la marcia giusta, riuscendo nell’impresa di bilanciare la fedeltà all’opera disegnata con le necessità di un racconto televisivo. La compressione degli archi narrativi, che nella prima stagione aveva talvolta generato una certa fretta nello sviluppo degli eventi, appare qui più gestita: il ritmo rimane sostenuto, ma le relazioni tra i personaggi e la costruzione del mondo beneficiano di una maggiore fluidità. A giovarne sono soprattutto gli scontri, più numerosi e coreografati con cura, e l’utilizzo dei poteri, che pur mantenendo quella patina sopra le righe che è il marchio di fabbrica del franchise, risultano meno statici e più integrati nell’azione rispetto al passato.

Anticipazioni e flashback, quando il live action corregge il manga

La caratteristica più interessante di questa seconda stagione, e che sta facendo discutere gli appassionati, è la libertà con cui gli sceneggiatori, sotto l’occhio vigile di Oda, hanno scelto di rimescolare le tempistiche della narrazione. Se l’ingresso in scena di TonyTony Chopper, il simpatico medico renano, era stato ampiamente anticipato dalla promozione, a sorprendere i fan sono stati altri due volti apparsi sugli schermi. Il primo episodio, ambientato a Loguetown, regala un cameo destinato a non passare inosservato: nella folla che osserva Rufy e la sua ciurma compare Bartolomeo, il futuro capitano del Barto Club e fanatico ammiratore di Cappello di Paglia, che nel manga originale non avrebbe dovuto esordire se non molto più tardi, durante l’arco di Dressrosa. Nel live action, invece, Bartolomeo non solo è presente, ma interagisce direttamente con Rufy, arrivando persino a tentare di rapinarlo, un incontro che getta una luce diversa sulla futura devozione del personaggio e rende la sua trasformazione da malvivente ad ammiratore più graduale e credibile.

Non meno significativo, poi, è il contenuto del secondo episodio, intitolato “Good Whale Hunting”, che introduce il dramma della balena Laboon. È in questo contesto che si cela la sorpresa più grande per chi conosce la storia: attraverso un flashback che mostra l’arrivo in Rotta Maggiore della ciurma dei pirati Rumbar, i telespettatori incontrano per la prima volta Brook, il musicista destinato a diventare, molto più avanti nel viaggio, un componente dell’equipaggio di Rufy. Lo si vede, nella sua forma umana e con tanto di violino, intonare il celebre Binks’ Sakè per Laboon, un momento che nel manga non era mai stato mostrato in questo contesto, visto che Oda aveva introdotto il personaggio soltanto nella saga di Thriller Bark, quando ormai è ridotto a un simpatico scheletro vivente. La scelta di anticiparne la comparsa, se da un lato serve a creare un legame emotivo più forte con la storia della balena, dall’altro rappresenta una scommessa sul futuro della serie, dato che il cammino per arrivare al punto in cui Brook chiederà ufficialmente di unirsi ai Mugiwara è ancora lunghissimo.

I segreti del montaggio e le comparse che accontentano i fan

L’inserimento di questi personaggi in anticipo sulla tabella di marcia non è ovviamente casuale, ma risponde a una logica produttiva precisa che punta a rendere il racconto più lineare per il grande pubblico, evitando i complessi balzi temporali tipici del manga. Eric Litman, uno dei montatori della serie, ha recentemente spiegato come si sia lavorato proprio sui cameo, in particolare su quello di Brook nel secondo episodio, con l’obiettivo di introdurre elementi di grande impatto emotivo senza appesantire la narrazione principale con lunghe digressioni. Il lavoro di “taglia e cuci” del girato, una fase che Litman ha definito entusiasmante, ha permesso di distribuire gli indizi sul futuro in modo organico, trasformando quello che nel manga era un mistero destinato a rivelarsi dopo centinaia di capitoli in un dettaglio che lo spettatore può cogliere al volo, se attento, o riscoprire in un secondo momento.

La strategia, oltre a gratificare i lettori di lunga data che si divertono a scovare le citazioni, ha il pregio di arricchire il mondo della serie senza tradirne lo spirito. Veder comparire sullo schermo, seppur per pochi secondi, personaggi come Brook in forma umana, Sabo tra la folla di Loguetown o il gigante Yorki non è soltanto un esercizio di stile, ma un modo per ribadire che l’universo creato da Oda è vivo e pulsante ben oltre i confini della storia principale. E se è vero che la strada per Alabasta è ancora lunga e che il viaggio verso la saga di Thriller Bark appare, al momento, un traguardo lontano e incerto visti i costi e i tempi di produzione, questa seconda stagione ha quantomeno il merito di gettare semi che, si spera, possano germogliare in futuro. Il live action prosegue dunque la sua rotta, forte di un cast ormai rodato e della consapevolezza che, quando si ha a che fare con il Re dei Pirati, osare è l’unica strada possibile.

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