Povertà educativa, il Molise svetta tra le regioni virtuose mentre Napoli ospita il censimento Istat sui minori
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Redazione Interno
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C’è un dato, emerso nel corso di un convegno scientifico ospitato a Napoli, che ridisegna la mappa delle disuguaglianze nel nostro Paese: la capacità di investire sui minori, contrariamente a quanto si potrebbe pensare osservando solo i numeri del Pil, non segue pedissequamente la linea retta che separa il Nord industrializzato dal Sud rurale. A certificarlo è il lavoro della commissione scientifica interistituzionale, presentato alla presenza del presidente dell’Unicef Italia Nicola Graziano, che ha messo a punto un sistema sofisticato basato su 78 parametri diversi. Questi indicatori, lungi dal limitarsi a registrare l’abbandono scolastico, fotografano un fenomeno multidimensionale dove il diritto al gioco, l’accesso alla cultura e la qualità dei contesti di vita contano tanto quanto i banchi di scuola.
Le elaborazioni Istat, dunque, consegnano all’opinione pubblica un’Italia inaspettatamente policentrica. Se si osservano le risorse effettivamente destinate ai più giovani, le città del Molise svettano tra le realtà più virtuose della penisola, posizionandosi subito dopo la sola Provincia di Trento per qualità e quantità degli investimenti territoriali. Si tratta di un risultato che ribalta gli stereotipi più comuni, dimostrando come le amministrazioni locali, quando riescono a fare sistema, possano costruire un argine efficace contro la deprivazione. Le graduatorie della povertà educativa, infatti, misurano anche il livello di quelle che il gergo tecnico definisce “competenze personali e sociali”, e in questo specifico ambito le regioni del Sud mostrano una tenuta sorprendente.
A fare da contraltare a queste luci, però, restano le ombre lunghe della crisi economica. Nel nostro paese, stando ai report diffusi durante i lavori della commissione, il 13,8% dei minori vive ancora in condizioni di povertà assoluta. Un peso enorme, questo, che si traduce in un 6,5% di famiglie con almeno un figlio a carico costrette a fare i conti con una grave deprivazione materiale e sociale. Questi numeri, lungi dall’essere semplici statistiche, rappresentano il termometro di un disagio che le sole politiche emergenziali non possono risolvere; è qui che la battaglia contro la povertà educativa diventa, di fatto, una precondizione per la crescita civile del paese.
Eppure, in mezzo a questo scenario fatto di luci e ombre, il sistema scolastico italiano ha recentemente festeggiato un traguardo storico: il tasso di dispersione scolastica è sceso all’8,2%. Un risultato, questo, che ha permesso di centrare con ben cinque anni di anticipo l’obiettivo del 9% fissato dall’Agenda europea per il 2030. L’allarme lanciato dall’Unicef, però, invita a non abbassare la guardia. Come ribadito nel corso della tavola rotonda intitolata “Riflessioni a più voci: sinergie per il contrasto alla povertà educativa”, i parametri che determinano l’esclusione sono più subdoli di una semplice bocciatura o di un ritiro dalle aule. La dispersione “implicita” – quella che porta un ragazzo a essere fisicamente presente ma culturalmente escluso – richiede un’analisi altrettanto approfondita di quella esplicita.
I 78 parametri che mappano il futuro e il ruolo della commissione scientifica
L’approccio metodologico scelto dall’Istat e dalla commissione scientifica segna una svolta rispetto alle rilevazioni del passato. Non ci si limita più a contare gli “Early Leavers”, cioè coloro che lasciano la scuola prima del diploma; si analizza invece l’ecosistema educativo nel suo complesso. Si va dalla qualità dei servizi per l’infanzia alla presenza di spazi verdi attrezzati, fino ad arrivare alla dotazione libraria delle biblioteche comunali. Questo approccio olistico, discusso a fondo nell’incontro partenopeo, consente di capire perché un territorio come il Molise, pur condividendo con altre regioni del Mezzogiorno le difficoltà legate all’occupazione, riesca comunque a proteggere i propri minori.
I 78 indicatori, quindi, non servono solo a fare una fotografia statica, ma forniscono ai sindaci e ai decisori politici una vera e propria mappa per intervenire. L’auspicio, espresso più volte durante il convegno, è che questi dati diventino lo scheletro delle politiche pubbliche future. Per contrastare l’esclusione, infatti, non bastano i bonus una tantum; occorre una strategia di lungo corso che parta proprio dalla conoscenza analitica del territorio. In questo senso, la mappatura realizzata rappresenta uno strumento indispensabile per indirizzare le risorse, spesso scarse, verso i punti in cui la deprivazione è più radicata.
Le disuguaglianze materiali come ostacolo al diritto allo studio
Dietro il dato della dispersione scolastica, spesso, si nasconde la cronaca silenziosa di chi non può permettersi un abbonamento ai mezzi pubblici per raggiungere l’istituto tecnico del capoluogo, o di chi rinuncia alla mensa perché il costo del pasto è insostenibile per il bilancio familiare. L’Istat ci ricorda che la grave deprivazione materiale e sociale colpisce duramente le famiglie con figli, e questo ha ripercussioni immediate sulla capacità di apprendimento. Un bambino che vive in un alloggio sovraffollato o che non ha accesso a una connessione internet adeguata parte già svantaggiato rispetto ai coetanei.
È proprio su questo fronte che l’investimento pubblico si scontra con la rigidità dei bilanci. Le città molisane che brillano nella classifica, come si evince dai dati presentati a Napoli, dimostrano però che la virtuosità è possibile anche senza disporre delle megadisponibilità economiche di alcune regioni del Nord. Loro hanno puntato sulla sussidiarietà e sulla manutenzione dei servizi sociali di base. Un insegnamento, questo, che sfata il luogo comune secondo cui la povertà educativa sarebbe una fatalità legata alla geografia; essa è, piuttosto, la conseguenza di scelte politiche e priorità culturali precise.
La sfida della misurazione e le prospettive di intervento
Misurare, per il presidente dell’Unicef Italia Nicola Graziano, è il primo atto per restituire dignità a chi è invisibile. Senza i numeri, la sofferenza educativa rischia di rimanere confinata nelle pieghe dei rapporti ministeriali, senza tradursi mai in azioni concrete. Il lavoro della commissione scientifica interistituzionale, infatti, non si conclude con la pubblicazione dei 78 parametri, ma anzi apre una fase nuova di monitoraggio continuo. I prossimi aggiornamenti statistici diranno se il miglioramento rilevato in alcune aree sarà solo una fiammata o il segno di un consolidamento strutturale.
L’abbandono precoce, pur essendo in calo, resta un fenomeno complesso e stratificato. Se da un lato l’Italia ha centrato il target europeo con largo anticipo, dall’altro le differenze tra nord e sud – seppur attenuate in questa specifica classifica sulle risorse ai minori – rimangono una piaga aperta. La lezione che arriva da Napoli, quindi, è chiara: la guerra alla povertà educativa si vince sul campo, investendo sulle comunità locali virtuose e adottando un metodo di lavoro che metta insieme dati statistici e interventi sul campo. E mentre il Molise viene elevato a modello, l’auspicio implicito è che presto molte altre regioni possano seguire quell’esempio.




