Webuild smentisce la richiesta di 22 miliardi al governo: il titolo riduce il calo (-4,8%)

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Una smentita netta e una ricostruzione più complessa di quanto non apparisse. Il gruppo Webuild ha dovuto fare chiarezza in merito a una notizia circolata nelle ultime ore, secondo la quale l’azienda avrebbe avanzato una richiesta di 22 miliardi di euro al governo per far fronte a extracosti legati alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali. Una ricostruzione che, come spesso accade in questi casi, ha avuto un impatto immediato e violento sul titolo in Borsa, finito sotto pressione prima che la società intervenisse per ristabilire i termini della vicenda.

La replica del colosso delle costruzioni e il dettaglio delle comunicazioni

La replica ufficiale di Webuild è stata categorica: la società non ha mai chiesto alcun intervento da 22 miliardi di euro, una cifra che è stata definita come «notizia destituita di ogni fondamento». Secondo quanto riportato in una nota, le comunicazioni inviate alle istituzioni competenti – e delle quali l’azienda non è stata la fonte – riguardano esclusivamente obbligazioni contrattuali già maturate. In particolare, si fa riferimento a crediti per lavori già eseguiti e certificati, nonché ad anticipazioni contrattuali che sono espressamente previste dalla legge.

L’azienda ha quindi voluto tracciare un confine netto tra una presunta richiesta di nuovi fondi e la corretta gestione di partite economiche legate a contratti in corso, una distinzione che appare fondamentale per comprendere la natura del contendere.

Il contesto dei contratti RFI e il dibattito sulle riserve

Al centro della questione, che ha coinvolto anche il ministro Matteo Salvini, il quale aveva in precedenza accennato alla necessità di reperire circa 20 miliardi per mettere in sicurezza i cantieri, vi è un complesso intreccio di contratti affidati da RFI, la controllata di Ferrovie dello Stato. Si tratta di 18 grandi opere, il cui valore complessivo ammonta a circa 30 miliardi di euro, e che includono infrastrutture strategiche come il Terzo Valico di Genova, la Verona-Padova e la Palermo-Catania.

Webuild ha spiegato che i famigerati 22 miliardi citati dalla stampa non rappresentano una richiesta di nuovi soldi, bensì il totale delle somme iscritte nei registri di contabilità dei lavori, come previsto dalle procedure dei contratti pubblici. Di questa cifra, circa 13 miliardi corrisponderebbero a riserve già iscritte per lavorazioni effettivamente realizzate, mentre il resto è una stima legata ai lavori ancora da completare.

Si tratta dunque di un «dibattito contrattuale» che riguarda l’intero settore delle costruzioni italiane, non solo Webuild, e che Ance, l'associazione di categoria, aveva già segnalato per gli effetti della revisione dei prezzi.

Le reazioni del mercato e la posizione dell'azienda

L'effetto sul mercato non si è fatto attendere, con il titolo che ha subito una flessione. Tuttavia, in seguito alla precisazione della società, il ribasso si è ridimensionato, assestandosi su un calo di circa il 4,8%. Nel comunicato, Webuild ha voluto anche sottolineare un aspetto positivo: nelle ultime settimane, RFI – dopo aver ricevuto le necessarie risorse dal Ministero dell'Economia e delle Finanze – avrebbe riavviato il pagamento delle fatture scadute.

Un segnale che conferma, secondo il gruppo, come il tema non fosse la fondatezza dei crediti, i quali sono stati riconosciuti dagli organi competenti, ma la loro copertura finanziaria. L'incasso di queste somme, ha precisato la società, non ha effetti sui risultati economici, limitandosi a trasformare crediti già esistenti in liquidità disponibile, un’operazione che nella sostanza non modifica il bilancio ma migliora la posizione finanziaria dell’azienda.

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