Megaliti gonfiabili in piazza Maggiore, l'installazione che divide Bologna
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Se il cuore medievale di Bologna, da sempre dominato dalle austere sagome dei palazzi comunali e della basilica di San Petronio, si è improvvisamente popolato di una selva di colossali rocce futuristiche, il merito – o la responsabilità, a seconda dei punti di vista – è del progetto "Iwagumi Dismisura". L'installazione, dono natalizio della società energetica Illumia e di Bologna Festival alla città, consiste infatti in diciannove megaliti realizzati in tessuto gonfiabile, una presenza tanto inattesa quanto perturbante che, fin dal suo apparire, ha catalizzato l'attenzione di cittadini e turisti trasformandosi nell'argomento di discussione principe di questo avvio di stagione festiva. Marco Bernardi, presidente di Illumia, non nasconde di aver atteso e addirittura auspicato tali reazioni, consapevole che la natura stessa dell'opera, con la sua dismisura, avrebbe inevitabilmente interagito in modo dialettico, e forse conflittuale, con lo spazio storico che la ospita.
Un dibattito acceso tra fascinazione e perplessità
Attraversando piazza Maggiore, lo spettacolo che si offre agli occhi è ormai duplice: da un lato l'architettura secolare, dall'altro queste forme organiche e monumentali che, una volta completato l'allestimento luminoso, promettono di creare un effetto ancor più spettacolare. Le reazioni, come previsto dalla sovrintendente di Bologna Festival Maddalena da Lisca, sono state immediate e contrastanti, accendendo quell'immaginazione che era uno degli obiettivi dichiarati dell'operazione. Se da una parte i turisti, come una coppia di americani, restano ammaliati dalla visione insolita, definendola "beautiful", dall'altra gli abitanti si dividono tra chi la ritiene una forma d'arte entusiasmante e chi, invece, la considera troppo invasiva per il contesto del centro storico, sollevando questioni di merito sulla collocazione.
Le voci della città e le posizioni istituzionali
Il dibattito, che infiamma i social network con ironie e soprannomi – alcuni parlano già di "masagni" –, ha trovato spazio anche nelle strade e nelle scuole, con studenti che paragonano le gigantesche forme a creature fantastiche mentre i loro insegnanti faticano a definirne la natura artistica. Una perplessità che, in fondo, affonda le radici nelle stesse avanguardie del Novecento, dalle quali l'arte ha visto ampliare a dismisura i propri confini formali e concettuali. Tra le voci istituzionali, il primicerio della basilica di San Petronio ha espresso un parere favorevole, definendo l'iniziativa "simpatica", mentre associazioni come Italia Nostra hanno avanzato riserve sulla scelta del luogo, suggerendo che le opere avrebbero potuto trovare una collocazione più consona altrove, in spazi forse più adatti a ospitare un intervento di tale impatto visivo.
L'arte contemporanea nello spazio pubblico
Ciò che l'installazione "Iwagumi Dismisura" mette in luce, al di là dei singoli giudizi estetici, è il rapporto sempre complesso e talvolta scivoloso tra arte contemporanea e spazi pubblici di rilevanza storica. L'operazione, volutamente forte e non neutrale, obbliga infatti a uno sguardo nuovo su un luogo che si crede di conoscere, interrogando non solo il gusto del singolo ma anche le regole non scritte della convivenza tra epoche e linguaggi differenti. La piazza, da sempre agorà di discussione, si riconferma tale anche di fronte a questo dono ingombrante, diventando il palcoscenico fisico di una riflessione collettiva sulla possibilità, e sui limiti, di trasformare temporaneamente l'identità di un luogo attraverso la provocazione artistica.




