Ergastolo per i quattro attentatori del Crocus City Hall e per undici loro complici

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A due anni di distanza da quel 22 marzo 2024, quando il sangue bagnò per l’ultima volta il pavimento della sala concerti alla periferia di Mosca, la macchina giudiziaria russa ha chiuso il suo cerchio. Il secondo tribunale militare occidentale della capitale, con una lettura del verdetto che si è consumata giovedì 12 marzo 2026, ha inflitto la pena massima prevista dall’ordinamento, il carcere a vita, ai quattro esecutori materiali della strage del Crocus City Hall e ad altri undici imputati, ritenuti a vario Titolo parte integrante della rete logistica che rese possibile l’attacco.

La sentenza, arrivata al culmine di un procedimento durato sette mesi e per lo più celebrato a porte chiuse, ha quindi sancito il destino di quindici dei diciannove condannati, mentre i restanti quattro, cittadini russi accusati di aver fornito supporto abitativo e mezzi di trasporto ai killer, hanno ricevuto pene detentive comprese tra i diciannove anni e undici mesi e i ventidue anni e mezzo di reclusione. L’intera impalcatura dell’accusa, sostenuta da un fascicolo di quattrocentosettantotto volumi e dal parere di circa duemilasettecento esperti, ha delineato i contorni di una delle pagine più nere nella storia recente della Federazione Russa, riconducendo la matrice dell’eccidio alla sigla dello Stato Islamico, e più precisamente alla sua propaggine khorasan, l’Isis-K, operativa tra Afghanistan, Pakistan e le repubbliche dell’Asia centrale.

L’esecuzione materiale e la fuga verso il confine ucraino

I quattro uomini, tutti originari del Tagikistan e i cui nomi sono Shamsidin Fariduni, Dalerdzhon Mirzoyev, Makhammadsobir Fayzov e Saidakrami Rachabolizoda, quella sera di fine inverno irruppero nell’atrio del Crocus City Hall pochi istanti prima che il gruppo rock Picnic salisse sul palco. Armati di fucili d’assalto Kalashnikov e di una pistola Makarov, con oltre milletrecento colpi a disposizione, cominciarono a sparare all’impazzata sulla folla in attesa, per poi dare alle fiamme la struttura con l’ausilio di materiali incendiari, un gesto, quest’ultimo, che trasformò l’edificio in una trappola mortale e provocò il parziale collasso del tetto. Molte delle centoquarantanove vittime accertate — sebbene alcune fonti parlino di centocinquanta decessi — persero la vita proprio a causa del fuoco e del fumo, oltre che per le ferite da arma da fuoco che da sole uccisero quarantasette persone.

L’azione, rivendicata immediatamente dallo Stato Islamico attraverso la diffusione di video girati dagli stessi assalitori, fu fulminea e brutale, e nel suo precipitare i quattro killer tentarono una fuga in direzione del confine ucraino, un dettaglio, questo, su cui le autorità investigative hanno più volte insistito per sostenere una connessione, mai provata e sempre smentita da Kyiv, tra l’attentato e la leadership ucraina. Furono però intercettati e arrestati poche ore dopo nella regione di Brjansk, a non molta distanza dal valico di frontiera, e nei giorni successivi vennero bloccati anche i quindici complici che avevano fornito loro armi, munizioni, supporto finanziario, un appartamento e l’automobile utilizzata per raggiungere la sala concerti e poi darsi alla fuga.

Il processo, le condanne e le dichiarazioni ufficiali

Tradotti in tribunale mostrando chiari segni di percosse — uno di loro comparve in aula in sedia a rotelle, visibilmente malridotto — i quattro tagiki hanno ascoltato la condanna al pari degli altri imputati, alcuni dei quali di nazionalità russa, ritenuti colpevoli di fornire supporto a una cellula terroristica. Nel corso delle udienze, iniziate nell’agosto del 2025, gli imputati avrebbero ammesso le rispettive colpe, in tutto o in parte, ma il regime di segretezza imposto dal tribunale militare per motivi di sicurezza non ha consentito di verificare la genuinità di queste ammissioni, sollevando più di un dubbio tra gli osservatori internazionali circa le modalità con cui sarebbero state ottenute.

Parallelamente all’esito giudiziario, il comitato investigativo russo ha ribadito con forza la tesi, già sostenuta ai massimi livelli istituzionali, secondo cui l’intera operazione sarebbe stata pianificata e realizzata nell’interesse dell’attuale leadership ucraina, con l’obiettivo dichiarato di destabilizzare la situazione politica interna alla Federazione. Una ricostruzione, questa, che non ha mai trovato riscontri oggettivi e che coesiste con gli avvertimenti che i servizi di intelligence statunitensi avevano trasmesso a Mosca nelle settimane precedenti l’attentato, quando era già emersa l’ipotesi di un’azione preparata dalla sigla khorasan.

A suggello della sentenza, il tribunale ha inoltre disposto il pagamento di complessivi duecento milioni di rubli — poco più di due milioni e mezzo di dollari — a titolo di risarcimento per i danni materiali e morali subiti dalle vittime e dai loro familiari, un riconoscimento economico che si aggiunge alle pene detentive e che chiude, almeno sul piano formale, la vicenda giudiziaria legata all’eccidio del Crocus City Hall.

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