L'orologeria svizzera perde pezzi: calano le esportazioni e, per la prima volta dal Covid, anche i lavoratori

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Dopo una lunga fase di crescita, quasi ininterrotta dalla fine della pandemia, l'industria orologiera svizzera mostra i primi segni strutturali di una contrazione. I dati più recenti, che fotografano una situazione inedita, indicano infatti un doppio arretramento: da un lato, le esportazioni continuano a registrare performance negative; dall'altro, e questo è l'elemento di maggiore novità, si è verificata una riduzione del numero di addetti al settore. Un calo che, per la sua entità, assume i contorni di una vera e propria inversione di tendenza sul fronte occupazionale, interrompendo quel ciclo positivo che aveva caratterizzato gli anni della ripresa post-pandemica.

Il mercato del lavoro mostra la prima contrazione

Secondo le statistiche diffuse dalle autorità elvetiche, alla fine di settembre del 2025 la manodopera attiva nel ramo ammontava a 64'807 unità, un dato che segna una flessione di 835 occupati – pari all'1,3% – se confrontato con lo stesso periodo dell'anno precedente. Questa diminuzione, seppur contenuta in termini percentuali, rappresenta un segnale emblematico poiché costituisce la prima contrazione dall'uscita dalla crisi sanitaria. Il mestiere dell'orologiaio, notoriamente basato su un'alta specializzazione e su una formazione lunga e complessa, sembra dunque risentire di un clima economico più freddo, nel quale le case manifatturiere, di fronte a previsioni di vendita meno rosee, potrebbero aver iniziato a razionalizzare gli organici o a rallentare le assunzioni, interrompendo quella corsa al reclutamento che aveva contraddistinto il periodo di boom.

Il tracollo americano pesa sulle esportazioni

A gravare sulle prospettive del comparto contribuisce in maniera decisiva l'andamento degli sbocchi commerciali internazionali, che per l'industria svizzera costituiscono l'elemento vitale. I numeri di novembre del 2025, resi noti dalla Federazione dell'industria orologiera (FH), confermano una tendenza negativa: le esportazioni, attestatesi a 2,2 miliardi di franchi, hanno subito un calo del 7,3% su base annua. Un risultato che si spiega, in larga misura, osservando le performance dei singoli mercati. Spicca, in negativo, il nuovo e preoccupante tonfo degli Stati Uniti d'America, dove le vendite sono crollate del 52,3% a 201 milioni di franchi. Una flessione di tale portata, che arriva in un Paese che resta pur sempre il principale sbocco per gli orologi made in Switzerland, non può che avere ripercussioni profonde sull'intero sistema produttivo, influenzando le decisioni strategiche delle aziende e, come sembra dimostrare il dato occupazionale, le loro politiche sulle risorse umane.

I segnali contrastanti dagli altri mercati

Accanto al quadro fosco offerto dal mercato statunitense, si registrano però andamenti positivi in altre piazze fondamentali per il lusso svizzero. Nel medesimo mese di novembre, infatti, il Regno Unito e Hong Kong hanno fatto segnare un incremento del 7,9% ciascuno, mentre il Giappone è cresciuto del 7,3%, Singapore del 7,0% e la Cina continentale del 6,5%. Questi sei mercati – Stati Uniti, Regno Unito, Hong Kong, Giappone, Singapore e Cina – rappresentano da soli quasi il 46% del totale delle vendite oltre frontiera, un dato che sottolinea quanto la loro salute commerciale sia interdipendente con quella dell'intero settore. La geografia delle esportazioni si presenta dunque frastagliata, con alcuni poli in forte difficoltà e altri che, invece, continuano a tirare. Questo scenario differenziato, tuttavia, non sembra al momento sufficiente a compensare il vuoto lasciato dal crollo americano, un vuoto che si sta già traducendo in una contrazione dell'organico, un evento che non si verificava da anni e che pone interrogativi sulla solidità della fase espansiva appena conclusa.

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