Sanremo 2026, una classifica che non convince e un Festival senza guizzi memorabili
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’edizione numero settantasei del Festival della canzone italiana si è chiusa con la proclamazione di Sal Da Vinci, ma il verdetto dell’Ariston, un verdetto che arriva al termine di una settimana di musica e polemiche perlopiù disinnescate, lascia piuttosto perplessi. La vittoria del cantante napoletano, decretata da un complesso sistema di votazioni che ha visto il suo Per sempre sì prevalere di misura sul favorito del televoto Sayf, non è riuscita a schiodare la kermesse da quella sensazione di piattezza che l’ha attraversata come un filo rosso. È il ritratto di un Festival senza coraggio, come sottolineato da più parti, dove la macchina dell’intrattenimento ha funzionato a regime ridotto, tenuta sotto una campana di vetro che ha spento sul nascere qualsiasi potenziale scintilla di vera vitalità.
Se è vero che la classifica finale incorona Sal Da Vinci, è altrettanto vero che i verdetti collaterali e i sondaggi tra il pubblico raccontano un gusto differente, quasi parallelo. Arisa, ad esempio, non solo si è piazzata al quarto posto nella graduatoria ufficiale, ma ha letteralmente dominato le preferenze dei lettori in sondaggi locali come quello promosso da Il Giornale di Vicenza, dove è risultata la regina indiscussa, a ulteriore riprova di quanto il meccanismo di votazione, arzigogolato e complesso, possa talvolta partorire esiti che non rispecchiano appieno il sentimento popolare. E mentre l’attenzione era catalizzata dalla gara, la serata finale regalava comunque momenti di alto tasso emotivo, a partire dall’ingresso di Andrea Bocelli in sella al suo cavallo, un’immagine suggestiva che ha preceduto un’esibizione però giudicata da molti, con un voto che non va oltre il quattro, una copia sbiadita dell’indimenticabile discorso di Roberto Benigni.
L’incomprensibile meccanismo e i veri trionfi di una finale sottotono
Osservando la classifica dal sesto posto in giù, ci si imbatte in una graduatoria che scorre via senza particolari scossoni: Nayt sesto, Fulminacci settimo, e poi via via fino all’ultimo, Eddie Brock, a comporre un mosaico di trenta posizioni che difficilmente resteranno impresse nella memoria collettiva. Ciò che stupisce, al netto dei gusti personali, è la sensazione diffusa che il meccanismo di voto, con i suoi ballottaggi e le sue somme di percentuali, sia stato fin troppo complicato, quasi a voler celare una sostanziale mancanza di gerarchie chiare tra i brani in gara. Più che i big in lizza, a tenere banco sono stati i premi collaterali, veri e propri termometri di un certo tipo di qualità: il premio della critica Mia Martini è andato a Fulminacci, mentre Serena Brancale si è aggiudicata sia il premio della sala stampa Lucio Dalla che il premio Tim, riconoscimenti che ne certificano il valore artistico e il gradimento del pubblico social. Ditonellapiaga, terza classificata, ha invece visto premiato il suo Che fastidio! con il premio per il miglior componimento musicale, un segnale che l’orchestra ha apprezzato la sua cifra stilistica.
Bocelli e l’eredità: tra standing ovation e il testimone a De Martino
Oltre alla gara, la serata finale ha vissuto di momenti istituzionali e di passaggi di testimone. L’esibizione del maestro Bocelli, accolto da una doppia standing ovation, ha rappresentato il momento di maggiore intensità emotiva, un tuffo nella storia del Festival con Il mare calmo della sera e Con te partirò, brani che hanno costruito la sua leggenda. E poi, a suggellare simbolicamente il futuro, c’è stato l’annuncio che ha spostato l’attenzione dalla cronaca del presente alle aspettative per il domani: Carlo Conti, scendendo in platea, ha consegnato idealmente il testimone a Stefano De Martino, designato come conduttore e direttore artistico per il 2027. Un passaggio inedito e carico di significato, che ha rotto la routine della finale per proiettare tutti verso la prossima edizione, lasciando però l’amaro in bocca per un’edizione 2026 che, a conti fatti, ha brillato più per la sua ordinata prudenza che per i guizzi artistici dei suoi protagonisti.




