Attimi di tensione sulla Iss, la Nasa ordina il trasferimento sulla Dragon: poi l’allarme rientra

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Non è certo la prima volta che una perdita d’aria turba la routine della Stazione Spaziale Internazionale, eppure l’episodio verificatosi nei primi giorni di giugno ha richiesto l’attivazione immediata del protocollo di emergenza più severo. Il centro di controllo della Nasa ha infatti disposto il trasferimento di cinque membri dell’equipaggio all’interno della navicella Crew Dragon, la quale – come specificato dalle agenzie di stampa internazionali – funge abitualmente da “scialuppa di salvataggio” in caso di pericolo imminente.

L’ordine, impartito agli astronauti della missione Crew-12 e al collega Chris Williams, prevedeva l’obbligo di indossare le tute spaziali, una precauzione resa necessaria per garantire un eventuale e rapido distacco dalla struttura orbitante qualora la pressione interna fosse diminuita oltre i parametri di sicurezza.

Il tunnel PrK e la crepa nel modulo Zvezda

L’origine dell’allarme, come si è appreso in seguito, risiede in una sezione specifica del comparto russo, un tunnel di trasferimento noto come PrK che collega il modulo di servizio Zvezda a un portello di attracco. Si tratta di un problema strutturale che si trascina ormai da anni, dal 2019 per la precisione, e che gli ingegneri hanno cercato più volte di risolvere senza mai riuscirci in maniera definitiva.

La situazione, che nelle ultime settimane sembrava sotto controllo grazie a interventi di sigillatura parziali, è precipitata quando i sensori hanno rilevato un raddoppio della quantità d’aria dispersa, passata da circa mezzo chilo a quasi un chilo al giorno.

La portavoce della Nasa Bethany Stevens, in una nota pubblicata su X, ha chiarito che l’allerta è scattata non appena l’agenzia russa Roscosmos ha deciso di interrompere le riparazioni tampone per procedere con un intervento più invasivo, una scelta che – sebbene necessaria – esponeva tecnicamente la stazione a un rischio maggiore durante le operazioni di taglio e saldatura.

Il trasferimento precauzionale e la ricerca delle micro-falle

Mentre i cosmonauti russi Sergey Kud-Sverchkov e Sergei Mikaev rimanevano a bordo per tentare di riparare la falla nel tunnel, gli altri cinque membri dell’equipaggio – tra cui figurano Jessica Meir, Jack Hathaway, Sophie Adenot, Andrey Fedyaev e lo stesso Williams – hanno fatto ritiro nella capsula Dragon, un ambiente sigillato e autonomo che garantisce la sopravvivenza anche in caso di depressurizzazione totale della Iss.

Le agenzie di stampa hanno riportato che la decisione della Nasa è stata dettata anche da un disaccordo sul metodo di riparazione: i russi intendevano utilizzare una sega per accedere alle crepe, una procedura giudicata troppo rischiosa dal compartimento americano perché avrebbe potuto peggiorare all’istante la perdita strutturale. Nel frattempo, le comunicazioni ufficiali confermano che nel modulo sono state individuate due perdite attive; la prima è stata rapidamente sigillata con un composto speciale, mentre per la seconda sono state avviate verifiche più approfondite prima di procedere.

Il rientro alla normalità e il ritorno alle operazioni

L’allarme, per quanto serio, è rientrato dopo alcune ore senza che fosse necessario azionare i motori della Dragon per un rientro anticipato nell’atmosfera. Roscosmos ha infatti deciso di sospendere i lavori di riparazione strutturale nel tunnel, richiedendo più tempo per analizzare le misurazioni e i dati raccolti dai sensori di pressione.

A seguito di questa comunicazione, la Nasa ha dato il via libera al rientro: Stevens ha confermato che gli astronauti sono stati autorizzati a lasciare la postazione di “rifugio sicuro” per tornare alle normali attività di bordo, dove continueranno a operare in attesa di una soluzione più stabile da parte degli ingegneri russi.

Sebbene la situazione sia tornata sotto controllo, rimane alta l’attenzione su quella che ormai viene considerata una delle vulnerabilità più persistenti del laboratorio orbitante, un’infrastruttura che, nonostante l’età avanzata, continua a rappresentare un unicum di cooperazione tecnologica internazionale.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.