Una falla nel vuoto: sulla Iss scatta l’allarme evacuazione

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è stato un momento, venerdì 5 giugno, in cui la vita sulla Stazione spaziale internazionale ha smesso di scorrere tra esperimenti e osservazioni della Terra, per convertirsi invece in una procedura d’emergenza studiata nei manuali ma mai sperimentata con tale intensità.

La Nasa, rilevato un improvviso peggioramento della perdita d’aria nel tunnel di trasferimento del modulo di servizio Zvezda – quella struttura cilindrica nota come PrK che da anni rappresenta un’autentica spina nel fianco per gli ingegneri – ha dato l’ordine di trasferirsi nella capsula SpaceX Dragon, la quale, nelle intenzioni, funge da scialuppa di salvataggio pronta a sganciarsi in pochi minuti.

Cinque membri dell’equipaggio, quattro dei quali appartengono alla missione Crew-12 (due statunitensi, un francese e un cosmonauta russo) insieme al collega americano Williams, hanno così raggiunto il rifugio sicuro, mentre i due cosmonauti russi rimanevano nella sezione più esposta per tentare una riparazione che si prospettava tutt’altro che banale.

L’intervento rischioso e il dietrofront

Ciò che ha fatto scattare la misura di massima prudenza non è stata solo la falla in sé, bensì il metodo scelto da Roscosmos per tamponarla: l’utilizzo di una sega per rimuovere una parte della struttura al fine di accedere alla crepa, un’operazione che, se mal riuscita, rischiava di aggravare una situazione già di per sé delicata.

La Nasa, valutando il potenziale pericolo di un cedimento improvviso che avrebbe accelerato la decompressione, ha preferito mettere al riparo il proprio personale, lasciando che fossero i soli cosmonauti a operare nella zona calda con il loro velivolo Soyuz come possibile via di fuga.

Tuttavia, dopo un paio d’ore di tensione, l’agenzia russa ha deciso di sospendere le riparazioni strutturali per effettuare ulteriori misurazioni, una pausa che ha permesso alla Nasa di dichiarare conclusa la procedura di "Safe haven" e di far rientrare i cinque astronauti nelle loro normali mansioni a bordo del laboratorio orbitante.

Una crepa che resiste da anni

Non si tratta, va detto, di un incidente improvviso o imprevedibile: il modulo Zvezda, lanciato nel lontano 2000 ma la cui costruzione risale addirittura agli anni Ottanta, mostra segni di usura ormai da sei anni. Le prime microfratture vennero individuate nel 2019, e da allora Roscosmos ha provato a rimediare con cerotti e sigillanti, come il composto "Germetall-1", riuscendo a contenere il fenomeno ma senza mai risolverlo alla radice.

La situazione, da maggio, è nuovamente peggiorata: dopo lo scarico di una navicella cargo russa, i sensori hanno registrato un aumento della perdita fino a raggiungere circa un chilo d’aria al giorno, un valore che ha spinto gli esperti a classificare questa criticità come uno dei rischi operativi più alti per la stazione.

Routine sospesa e ritorno alla normalità

Per quanto l’allarme sia rientrato e gli astronauti abbiano potuto riprendere le loro attività – come confermato dalla portavoce Nasa Bethany Stevens, che ha parlato di un rientro alle "operazioni pianificate" – resta il fatto che la minaccia è solo stata accantonata, non eliminata. Durante l’ispezione sono stati individuati due punti precisi di fuga: il primo è stato rapidamente sigillato, mentre sul secondo, localizzato nella parte conica del tunnel, i lavori sono ancora in corso di preparazione.

La vicenda, al di là del brivido di poche ore, ha messo in luce una verità oggettiva: l’invecchiamento della struttura è inarrestabile, e quello che una volta era un banale micro-foro rischia di trasformarsi, al prossimo cedimento, in un’emergenza dalle conseguenze ben più gravi.

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