Pezeshkian all'Onu: l'Iran non si piega ai bulli, ma la porta del dialogo resta aperta

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un anno dopo essere arrivato alla presidenza senza particolari glorie, Masoud Pezeshkian si è presentato all'81ª sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite come l'uomo che, suo malgrado, ha dovuto imparare in fretta il linguaggio della fermezza. Il medico di origini azere e curde, eletto nel luglio del 2024 al ballottaggio contro l'ultraconservatore Saeed Jalili con oltre sedici milioni di voti, aveva promesso di tendere «la mano dell'amicizia a tutti» per far uscire il Paese dall'isolamento.

Due anni dopo, quella mano è ancora tesa, ma il tono è cambiato.

Le immagini mostrate alla platea

Nel suo intervento, il presidente iraniano ha risposto con durezza alle dichiarazioni pronunciate il giorno prima da Donald Trump, il quale aveva avvertito che senza un accordo per porre fine al conflitto avrebbe potuto «annientare» la Repubblica islamica. Pezeshkian ha definito quelle parole una dimostrazione della «natura da bulli» di Washington, rivendicando la storia di un Paese che, ha detto, «negli ultimi duecento anni non ha attaccato nessuno».

A sostegno delle sue argomentazioni ha sollevato davanti ai delegati le immagini delle vittime di una scuola elementare colpita a Minab e quelle del «Leader martire della Rivoluzione», l'ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio 2026 durante il primo attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran.

Il gesto ha trasformato il discorso in una requisitoria contro le accuse di terrorismo rivolte all'Iran dalla Casa Bianca. «Avevo preparato un discorso da esporvi; ieri il presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi. Noi siamo stati vittime del terrorismo», ha detto Pezeshkian, secondo quanto riportato dai media presenti in aula. La delegazione statunitense ha lasciato l'aula poco dopo l'inizio del suo intervento.

La linea del dialogo senza cedimenti

Nonostante la durezza dei toni, il presidente iraniano ha ribadito la disponibilità a percorrere la strada negoziale. «Siamo pronti al dialogo, alla diplomazia e ai negoziati, ma non accettiamo il linguaggio delle minacce», ha affermato, rivolgendosi direttamente a Trump. La posizione sul programma nucleare è rimasta invariata: Teheran non intende dotarsi dell'arma atomica, ha precisato, ma non rinuncerà al diritto all'energia nucleare per usi civili.

Sul fronte dello Stretto di Hormuz, Pezeshkian ha contestato quella che ha descritto come una disparità di trattamento: non è accettabile, ha sostenuto, che tutti possano trarre vantaggio dalla via d'acqua mentre all'Iran viene impedito di utilizzarla per la propria navigazione, tanto più mentre una flotta ostile staziona permanentemente nella regione.

Un quadro regionale in movimento

Il discorso arriva a quasi sette mesi dall'inizio del conflitto e a poche settimane dalle elezioni di midterm statunitensi del 3 novembre, un appuntamento che secondo Trump potrebbe favorire la conclusione di un'intesa. L'ambasciatore americano Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, avevano avuto contatti con rappresentanti iraniani a margine dell'Assemblea, alimentando l'ipotesi di un canale diplomatico ancora aperto.

Pezeshkian, dal canto suo, ha concluso il suo intervento senza cedere di un millimetro sulla questione della sovranità: «Non abbiamo mai chiesto permesso a nessuno per difendere l'Iran», ha dichiarato, aggiungendo che il popolo iraniano ha dimostrato di saper resistere alle pressioni militari. Parole che, nella cornice dell'Onu, suonano come una risposta a distanza alle minacce arrivate il giorno prima dalla stessa tribuna.

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