Endometriosi, il peso di una diagnosi tardiva tra dolore e desiderio di maternità
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Redazione Salute
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La complessità dell’endometriosi risiede spesso nella sua natura silente, una caratteristica che la rende particolarmente insidiosa per le donne che, nel percorso di vita, si trovano a dover fare i conti non solo con il dolore cronico ma anche con l’incognita della fertilità. Ne abbiamo parlato con Jessica Melluso, ginecologa specializzata in procreazione medicalmente assistita, la quale, forte dell’esperienza maturata anche come autrice di “Storie di sopravvivenza per aspiranti madri”, ha recentemente preso parte al convegno “Endometriosi – Beyond Pain”, appuntamento di riferimento a livello nazionale che ogni anno, a fine marzo, riunisce gli specialisti del settore. È proprio in occasione di questi confronti, spiega la dottoressa, che emerge con chiarezza la necessità di ribaltare l’approccio attuale: per le pazienti che convivono con questa patologia – e che nell’immediato o in prospettiva desiderano una gravidanza – il primo passo non può che essere quello di accorciare i tempi della diagnosi, spesso lunghi e costellati da sintomi vaghi o addirittura dall’assenza di manifestazioni cliniche evidenti.
Una malattia subdola che richiede competenze specifiche
La definizione di “malattia subdola” non è certo un’etichetta gratuita, ma il riflesso di una realtà clinica complessa, dove i sintomi, quando presenti, vengono facilmente confusi con altre patologie intestinali o infiammatorie. Mauro Pelagalli, direttore del Dipartimento per la salute della donna e del bambino dell’Ast e della Unità operativa complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale di Macerata, lo ribadisce con forza, sottolineando come la sfida principale sia oggi quella del perfezionamento della diagnostica. Servono, insiste, operatori specificamente formati per saperla individuare, un’opera di affinamento che nella realtà marchigiana sta prendendo forma attraverso un lavoro costante sulla prevenzione e sulla capacità di leggere i segnali che il manda. Non si tratta, infatti, solo di curare la sintomatologia dolorosa – che pure rimane uno degli aspetti più debilitanti per chi ne è colpita – ma di intercettare la patologia prima che questa comprometta in maniera irreversibile l’assetto pelvico e, di conseguenza, la riserva funzionale degli organi riproduttivi.
Il valore della consapevolezza e il simbolo dei fiori gialli
A rafforzare questo messaggio arriva, puntuale come ogni anno, l’adesione delle amministrazioni locali alla Giornata Nazionale della consapevolezza sull’endometriosi, celebrata il 28 marzo. A Barletta, il palazzo di città – il Curci – si è colorato di giallo, un gesto simbolico che mira a spezzare il silenzio che troppo spesso avvolge le pazienti, costrette a gestire in solitudine una condizione per la quale, va ricordato, non esistono cure definitive né, allo stato attuale, se ne conoscono con certezza le cause. L’iniziativa, voluta dall’amministrazione comunale, ha il merito di accendere i riflettori su una patologia la cui diffusione contrasta con lo scarso livello di conoscenza che ancora ne caratterizza la percezione pubblica, un gap che contribuisce a ritardare i percorsi di cura e a lasciare le donne in una condizione di attesa che diventa spesso, essa stessa, fonte di ulteriore sofferenza psicologica.
L’abbraccio della cittadinanza e il lavoro delle associazioni
Un’eco importante di questa spinta verso la sensibilizzazione si è registrata anche al Centro Commerciale L’Aquilone, dove sabato 28 marzo, dalle dieci del mattino fino alle sei di sera, si è svolta una giornata dedicata interamente all’informazione. La grande partecipazione di cittadini ha testimoniato un forte coinvolgimento collettivo, trasformando un luogo di passaggio ordinario in uno spazio di confronto e ascolto. Qui, le volontarie dell’Associazione Progetto Endometriosi (A.) hanno incontrato numerose persone, offrendo non solo materiale informativo ma anche la rassicurazione di un punto di riferimento stabile per chi, nella quotidianità, fatica a trovare risposte. La presenza massiccia di pubblico, con persone che si sono fermate a dialogare e a chiedere chiarimenti, dimostra come iniziative di questo tipo riescano a colmare quel vuoto comunicativo che spesso separa la ricerca scientifica avanzata dalla percezione soggettiva di chi la malattia la vive sulla propria pelle, restituendo dignità a un dolore che troppo a lungo è stato considerato secondario o, peggio ancora, “normale”.




