Il peso di un rinvio: la testimonianza di Alberto e il rischio concreto della Tbe nelle zone del Bellunese

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Con l’arrivo della primavera e il risveglio della natura, riprende il ciclo biologico di un parassita che, nonostante le dimensioni microscopiche, rappresenta una minaccia concreta per la salute pubblica nelle aree alpine. La provincia di Belluno, storicamente riconosciuta come territorio ad alta endemia per l’encefalite da zecche (Tbe), torna a essere il centro dell’attenzione epidemiologica, spinta dall’apertura della stagione delle escursioni e dai primi richiami alla prevenzione da parte delle autorità sanitarie. È in questo contesto che la storia di Alberto, un 45enne di Borca di Cadore, assume il valore di un monito crudo e personale, lontano da qualsiasi astrazione statistica.

Per quasi un anno, la vita di quest’uomo è stata stravolta da un morso che, inizialmente, non aveva lasciato segni evidenti. Alberto, barista e frequentatore abituale dei boschi insieme al proprio cane, aveva più volte rimandato la decisione di sottoporsi al vaccino anti-Tbe. “Continuavo a rimandare, finché purtroppo è arrivata la mazzata”, racconta oggi da una carrozzina, mentre prosegue un percorso di riabilitazione che lo ha visto passare dalla Rianimazione di Belluno ai centri specializzati di Motta di Livenza e, infine, di Lamon. La sua testimonianza, raccolta in questi giorni, illumina gli aspetti più insidiosi di una patologia virale per la quale, al contrario di quanto avviene per la malattia di Lyme (curabile con antibiotici), non esiste una terapia specifica: i medici possono intervenire solo con antinfiammatori e supporto vitale.

L’insidia silenziosa del sottobosco e l’assenza di cure mirate

La Tbe, trasmessa prevalentemente dalle zecche del genere Ixodes ricinus, è un’infezione che colpisce il sistema nervoso centrale e che, nei casi più gravi, lascia conseguenze permanenti. Il calvario di Alberto è iniziato il 30 maggio dello scorso anno, quando, mentre si trovava al lavoro, ha avvertito una strana sensazione alla gamba per poi accorgersi di non riuscire più a sollevarla. Il ricovero iniziale a Pieve di Cadore e i successivi trasferimenti a Belluno hanno portato a una diagnosi chiara solo dopo il prelievo del liquido spinale, momento in cui i sanitari hanno compreso la natura virale dell’aggressore. La situazione è degenerata rapidamente: la febbre alta ha costretto i medici a sedarlo per dieci giorni in rianimazione, un periodo drammatico in cui i familiari, come ha rivelato lo stesso Alberto, hanno dovuto confrontarsi con l’ipotesi che potesse non risvegliarsi più o restare con gravi deficit motori e cognitivi.

Nonostante la ripresa, la battaglia è lungi dall’essere conclusa. In cura da quasi un anno, l’uomo sta riacquistando lentamente l’uso degli arti e la possibilità di muoversi, seppur con fatica. La sua riabilitazione si avvale oggi di tecnologie all’avanguardia come la realtà virtuale, utilizzata nella struttura di Lamon per correggere i movimenti e mantenere alta la motivazione, un aspetto psicologico cruciale per chi si trova a dover reinventare la propria autonomia. La sua determinazione, elogiata dalla fisiatra Elena Maccagnan, si scontra però con la quotidianità di un uomo che sogna di tornare a casa e a preparare i suoi caffè, un obiettivo per cui sta testando l’idoneità di una nuova abitazione a Borca dotata di ausili e per cui utilizzerà un supporto motorizzato (Triride) per affrontare le pendenze delle Dolomiti.

Strategie di prevenzione: dalla pinzetta al vaccino gratuito

Di fronte alla gravità della Tbe, la prevenzione si articola su due fronti distinti ma complementari: quello comportamentale e quello vaccinale. L’Ulss 1 Dolomiti, che ha ribadito più volte il suo impegno nella diagnosi e cura di queste patologie, sottolinea l’importanza di adottare misure semplici ma efficaci per chi frequenta prati e boschi. Indossare pantaloni lunghi (preferibilmente di colore chiaro per individuare facilmente i parassiti), tenere le calzature chiuse e infilare i pantaloni nei calzetti rappresenta la prima linea di difesa fisica. È consigliabile, inoltre, restare al centro dei sentieri evitando il contatto con l’erba alta e, a fine escursione, ispezionare meticolosamente la cute, le pieghe della pelle e il cuoio capelluto.

In caso di morso, la rimozione tempestiva della zecca è fondamentale: utilizzando una pinzetta a punta fine, bisogna afferrare l’artropode il più vicino possibile alla pelle ed estrarlo con una trazione lenta e perpendicolare, evitando di schiacciare il per non inoculare ulteriori agenti patogeni. Tuttavia, l’arma più potente contro l’encefalite resta il vaccino. A differenza di altre regioni, la provincia di Belluno gode di una copertura particolare: dal 2019, la Regione Veneto ha reso la vaccinazione anti-Tbe gratuita per tutti i residenti nell’area dell’Ulss 1 Dolomiti, riconoscendone ufficialmente l’alta endemia. Il ciclo vaccinale, composto da tre dosi con successivi richiami, offre una protezione elevatissima, evitando di giocare d’azzardo con una patologia che può compromettere per sempre l’autonomia di una persona.

Il peso della scelta tra un rinvio e una carrozzina

L’appello lanciato dalle strutture sanitarie, dalle associazioni di categoria (come il Cai) fino ai medici di base, trova nella vicenda di Alberto la sua sintesi più drammatica. “La mia storia parte dall’errore di non avere fatto il vaccino”. Questa frase, pronunciata da un uomo che sta imparando a camminare di nuovo, squarcia il velo di normalità con cui spesso si affronta l’escursione domenicale. L’assenza di sintomi immediati dopo il morso, o la confusione tra i sintomi simil-influenzali della prima fase e un comune malanno stagionale, portano molti a sottovalutare il rischio.

Per Alberto, il contatto con la natura si è trasformato in una trappola: dal non riuscire a tenere la schiena dritta, oggi è passato a muovere i primi passi e ad afferrare gli oggetti. Un progresso enorme, che però non cancella i mesi passati in rianimazione, la paura dei figli e l’incertezza sul futuro lavorativo. La sua testimonianza, diffusa proprio in concomitanza con il risveglio primaverile delle zecche, mira a colmare il divario tra la percezione del pericolo e la realtà dei fatti, dimostrando che in materia di Tbe, rimandare la protezione può significare ritrovarsi a dover ricostruire da zero la propria indipendenza fisica.

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