Referendum giustizia, il Veneto e il Bellunese dicono sì. Ma la provincia regge il confronto
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il quadro nazionale che emerge dalla tornata referendaria sulla riforma della giustizia, una consultazione che ha visto una partecipazione intorno al 59%, racconta una netta affermazione del “No”. Eppure, come spesso accade nel Paese, a delineare una geografia politica più complessa ci pensano le eccezioni territoriali. Il Veneto, in particolare, si configura come una roccaforte del fronte favorevole alla modifica costituzionale voluta dal governo. Con un risultato che sfiora il 58,4% di consensi, la regione si pone in netta controtendenza rispetto alla media nazionale, confermando una storica sensibilità per i temi legati all’efficienza della macchina giudiziaria e alla separazione delle carriere. E, restando in scala, questo orientamento trova una fedele riproduzione anche nel territorio della provincia di Belluno, dove il “Sì” prevale in termini assoluti nonostante qualche significativa controindicazione.
I dati, che restituiscono un quadro dettagliato del voto nelle vallate dolomitiche, raccontano di una provincia che ha risposto con coerenza alla spinta regionale. Nelle urne bellunesi, le preferenze per la riforma – quella che prevede lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura, la separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione di una Alta Corte disciplinare – hanno raccolto 52.863 voti [citation:user]. Dall’altra parte, i contrari si sono fermati a 41.468, un dato che fissa il rapporto finale sul 56,04% per il “Sì” e il 43,96% per il “No”. Un dato, quest’ultimo, che segnala come la percentuale di chi ha votato contro la riforma Nordio risulti leggermente più sa rispetto a quella registrata in altri territori della regione, fatta eccezione per le province di Venezia e Padova, dove l’opposizione si è fatta sentire con maggiore forza [citation:user].
L’anomalia dei cinque comuni e la forza dell’Agordino
Se la tendenza provinciale appare chiara, lo spoglio per singoli comuni offre lo spunto per un’analisi più sfumata. Nonostante la schiacciante vittoria del fronte del “Sì”, ci sono cinque realtà locali nel Bellunese che hanno invertito la rotta, facendo prevalere il “No” [citation:user]. Un dato che, pur rappresentando un’eccezione numerica, non intacca però la sostanza del risultato complessivo, anzi, ne sottolinea la natura variegata. Tuttavia, a fare la differenza in termini di peso elettorale e di intensità del consenso sono state le aree montane, in particolare l’Agordino e il Cadore.
In queste zone, il consenso per la riforma costituzionale ha assunto i contorni di una mobilitazione compatta, sfiorando in alcuni casi percentuali bulgare che hanno toccato punte fino al 78% [citation:user]. Un risultato di questa portata, che supera di slancio la media regionale, indica come il messaggio legato alla riforma della giustizia abbia trovato in queste vallate un terreno particolarmente fertile. L’alta affluenza registrata in Veneto, del resto, ha superato di diversi punti la media nazionale, suggerendo che il dibattito sulla separazione delle carriere e sull’assetto del Csm ha mobilitato l’elettorato locale ben oltre le tradizionali linee di demarcazione politica.
Il confronto con la Lombardia e l’eccezione metropolitana
La fotografia del voto provinciale, inserita in quella regionale, acquista un ulteriore spessore se confrontata con quanto accaduto in Lombardia, l’altra regione insieme al Friuli Venezia Giulia ad aver detto “Sì” insieme al Veneto. In Lombardia, il fronte dei favorevoli ha ottenuto il 53,56%, un margine più risicato rispetto a quello veneto. Ma, analogamente a quanto osservato per il Bellunese, anche in questo caso la capitale gioca una partita a sé. Milano, infatti, ha rappresentato un’isola: mentre il resto della regione si compattava per il “Sì”, nel capoluogo meneghino ha trionfato il “No” con una percentuale che ha superato il 58%, un dato che si avvicina molto a quello delle grandi città del Centro-Sud, da Napoli a Roma, dove l’opposizione alla riforma è stata netta e trasversale.
Questa dinamica, per certi versi speculare a quella osservabile tra il Veneto e il resto d’Italia, conferma la frammentarietà del voto referendario. Mentre nei grandi centri urbani – spesso caratterizzati da un tessuto sociale più diversificato e da una maggiore esposizione al dibattito giuridico – prevaleva la volontà di mantenere l’impianto costituzionale vigente, nelle aree rurali e in quelle montane, come il Cadore e l’Agordino, il desiderio di riforma si è fatto sentire con una forza tale da ribaltare il risultato nazionale in quella specifica porzione di territorio. Un fenomeno che, nel caso specifico della provincia di Belluno, ha trasformato la controtendenza in una netta affermazione.




