La caduta simultanea dal balcone di Catanzaro e il giallo medico-legale che riscrive la dinamica
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Redazione Interno
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L’autopsia condotta presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Catanzaro ha restituito un elemento destinato a sovvertire la prima, impulsiva ricostruzione della tragedia familiare che, nelle scorse settimane, ha scosso l’opinione pubblica calabrese. Anna Democrito, insieme ai figli Giuseppe e Nicola Trombetta – rispettivamente di 4 anni e 4 mesi – sarebbe precipitata dal balcone dell’abitazione posta al terzo piano in un unico, identico istante. Lo certificano i traumi riscontrati sui tre corpi, lesioni che, secondo i consulenti, risultano compatibili esclusivamente con una dinamica simultanea e contemporanea. Viene così scartata l’ipotesi iniziale, quella che circolava nei primissimi minuti successivi alla scoperta dei cadaveri, secondo cui la donna avrebbe prima scaraventato i due bambini nel vuoto, uno dopo l’altro, per poi lanciarsi lei stessa.
Le evidenze dell’autopsia e il ruolo della sopravvissuta di 6 anni
Gli accertamenti, va detto, non lasciano spazio a interpretazioni divergenti: i corpi dei tre deceduti presentano segni riconducibili a un impatto generato da una medesima caduta, senza quelle differenze di decelerazione traumatica che si sarebbero inevitabilmente manifestate in un lancio scalare. La figlia maggiore della donna, una bambina di 6 anni, si trova invece ricoverata in terapia intensiva all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova, unica sopravvissuta a quel volo dal terzo piano. Le sue condizioni, al momento, restano un elemento separato dalle indagini medico-legali concentrate sui familiari deceduti, anche se il suo – e la sua eventuale testimonianza futura – rappresenta un tassello che gli inquirenti non potranno ignorare.
Depressione post-partum e il mito dell’istinto materno secondo Francesca Bubba
Proprio nel solco di questa vertigine domestica si inserisce, senza mezzi termini, la riflessione dell’attivista e scrittrice Francesca Bubba, da anni impegnata sul fronte dei diritti delle madri. «Queste tragedie – ha dichiarato – sono il frutto di un abbandono istituzionale». Un’affermazione che ne contiene un’altra, più sottile ma altrettanto radicale: la demolizione del cosiddetto “mito dell’istinto materno”, quella narrazione per cui una donna dovrebbe automaticamente saper proteggere e curare la propria prole al di là di qualsiasi supporto sociale o psicologico. Bubba, con la consueta franchezza, rovescia la prospettiva: «Trattiamo il burnout come una colpa individuale invece di garantire supporto istituzionale». Un passaggio che rimanda, inevitabilmente, a un tema ricorrente nei casi di infanticidio e suicidio materno: la depressione post-partum e la sua frequente sottovalutazione.
Selma Fraiberg, le lacrime della madre e la responsabilità collettiva
Selma Fraiberg, celebre psicologa dell’infanzia americana, aveva formulato decenni fa un principio che oggi riecheggia con forza ostinata: «Quando qualcuno è disposto ad ascoltare le lacrime della madre, quello sarà anche il momento in cui la madre sarà in grado di ascoltare il pianto del suo bambino». Un concetto semplice – quasi disarmante – che ribadisce come la capacità di accudire non sia un attributo innato e immodificabile, ma il risultato di un equilibrio fragile, nutrito dall’ascolto e da una rete concreta di sostegno. La tragedia di Catanzaro, con la sua crudeltà geometrica (un terzo piano, una caduta simultanea, due bambini sotto i cinque anni), restituisce sotto una luce severa l’assenza di quella rete. I controlli mensili per le neo-mamme – come proposti da più parti, inclusa la stessa Bubba in interventi precedenti – restano qui una suggestione inattuata, un'assenza che pesa quanto le prove raccolte dai medici legali.




