La fame a Gaza tra aiuti e contraddizioni: Netanyahu nega, ma la crisi persiste
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Redazione Esteri
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Mentre la tregua umanitaria nella Striscia di Gaza entra nel suo secondo giorno, le operazioni di soccorso si moltiplicano tra paradossi e inefficienze. Aerei israeliani, giordani ed emiratini hanno sganciato tonnellate di viveri, mentre i camion provenienti dall’Egitto hanno attraversato Rafah, uno dei pochi valichi ancora operativi. Eppure, nonostante i ripetuti lanci dal cielo e i convogli a terra, centinaia di mezzi carichi di beni di prima necessità rimangono bloccati ai confini, in attesa di poter entrare.
La distribuzione degli aiuti, affidata alla Gaza Humanitarian Foundation, si è rivelata un fallimento, complicato dall’assenza di un coordinamento concreto da parte dell’Onu e dell’Unrwa. Anzi, secondo fonti locali, sarebbero state proprio le agenzie internazionali a frenare l’ingresso di ulteriori rifornimenti, temendo ritorsioni da parte di Hamas. Una situazione che alimenta il caos, lasciando migliaia di civili in balia di un sistema logístico incapace di garantire approvvigionamenti regolari.
Le dichiarazioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha negato l’esistenza stessa della fame a Gaza, suonano come un controsenso di fronte alla realtà. "Non c’è alcuna politica della fame, e non c’è fame a Gaza", ha affermato durante un discorso a Gerusalemme, ignorando i rapporti delle organizzazioni umanitarie che da mesi denunciano carestie e malnutrizione diffusa. Intanto, il conflitto prosegue senza sosta: i bombardamenti israeliani hanno ucciso almeno 13 persone nell’ultima ondata di raid, tra cui diversi minori.




