La mangiatoia dei superbonus “grillini” svela nuove truffe: 10 milioni di euro per lavori fantasma a Napoli
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Redazione Interno
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Il tempo, si sa, non smonta i castelli di carta costruiti sulle promesse di un’era politica ormai tramontata, quella dei superbonus “grillini”, eppure a distanza di tre anni dalla fine di quella stagione – segnata da incentivi statali a pioggia che hanno trasformato l’edilizia in una giungla di crediti facili – la Guardia di Finanza continua a tirare i fili di una matassa che non smette di aggrovigliarsi. Questa mattina, a Napoli, è stata svelata un’altra sacca di fondi illeciti: un sistema di frode che, tra crediti d’imposta mai maturati e cantieri aperti solo sulla carta, avrebbe sottratto allo Stato circa 10 milioni e mezzo di euro. Le fiamme gialle, coordinate dalla Procura di Nola, hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo d’urgenza, poi convalidato dal Gip, colpendo sette persone fisiche e tre società rivelatesi, a un esame più attento, nient’altro che scatole vuote prive di operatività reale.
Un’operazione su più regioni e il ruolo dei prestanome
L’indagine, che non si è limitata al capoluogo campano ma ha allargato il suo raggio d’azione fino a Taranto e ad altre quattro regioni italiane, ha disegnato il profilo di una rete criminale complessa, strutturata per aggirare i meccanismi di controllo sui bonus edilizi. Attraverso fatture per operazioni inesistenti e documentazione tecnica contraffatta – come hanno ricostruito gli inquirenti – gli indagati riuscivano a generare ingenti crediti fiscali legati al Superbonus 110% e ad altre agevolazioni minori. Quei crediti, una volta ceduti a istituti bancari o a intermediari ignari, venivano monetizzati prima ancora che qualsiasi martello colpisse un muro. I sequestri, che includono somme su conti correnti e beni immobili, rappresentano il tentativo della magistratura di bloccare la catena di riciclaggio prima che i soldi sparissero all’estero o venissero riassorbiti in altre attività illecite.
L’altra inchiesta calabrese: 50 persone verso il processo
Non solo Napoli. A Cosenza, intanto, il fronte giudiziario si allarga con una richiesta di rinvio a giudizio che coinvolge cinquanta persone, un numero impressionante se si considera la capillarità della presunta organizzazione. La Procura di Cosenza ha depositato le sue conclusioni ipotizzando reati che vanno dalla truffa aggravata all’associazione per delinquere, senza dimenticare l’autoriciclaggio: un ventaglio di accuse che racconta di un sistema in cui i soldi pubblici, una volta incassati, venivano ripuliti attraverso giri contabili studiati ad arte. Il GUP Letizia Benigno è chiamato a valutare la richiesta nell’udienza preliminare fissata per il 13 aprile 2026, e tra gli atti si parla di crediti d’imposta fittizi per circa 15 milioni di euro legati a lavori mai eseguiti nemmeno in un giorno. Tra i cinquanta indagati figurano professionisti, imprenditori edili e semplici prestanome, un campionario umano che restituisce l’idea di una truffa diffusa, quasi normalizzata.
La geografia della frode e i meccanismi giudiziari
Dai sequestri di Napoli ai rinvii a giudizio di Cosenza, il filo rosso che lega le due operazioni è la medesima tecnica fraudolenta: l’uso di società di comodo – spesso intestate a nullatenenti – per presentare richieste di bonus senza alcun cantiere alle spalle. I finanzieri hanno incrociato le banche dati con i sopralluoghi fisici, scoprendo immobili dove non era stato sostituito nemmeno un infisso. La Procura di Nola, in particolare, ha sottolineato come il provvedimento d’urgenza fosse necessario per evitare la dispersione delle somme, ancora in parte tracciabili su conti correnti riconducibili ai sette indagati. Tre di loro, a quanto risulta, avrebbero già iniziato a collaborare con gli inquirenti, fornendo dettagli sulle ramificazioni del gruppo che operava tra Campania, Puglia, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.
L’eredità pesante dei bonus a pioggia
Se si guarda al quadro complessivo, l’ombra di quella “mangiatoia” grillina – come è stata definita sui verbali – si allunga ancora su decine di procedimenti pendenti in tutte le procure italiane. La Guardia di Finanza non ha mollato la presa nemmeno dopo la chiusura formale della maggior parte delle agevolazioni, e i numeri parlano chiaro: solo tra Napoli e Cosenza, tra sequestri e crediti contestati, si superano i 25 milioni di euro di danni accertati. Eppure, gli investigatori sanno bene che questi sono solo i frammenti più visibili di un fenomeno che ha prosperato nell’opacità normativa, laddove lo Stato ha prima aperto il rubinetto senza disporre di un adeguato sistema di controlli. Le carte che stanno arrivando sui tavoli dei Gip raccontano di cantieri inesistenti, muri mai alzati, detrazioni vendute come fossero titoli al portatore. E mentre i processi si avviano – quello di Napoli è già in fase avanzata, quello di Cosenza attende solo il via libera del giudice – l’unica certezza è che, dietro ogni bonus negato e ogni lavorazione fantasma, c’è un tentativo di derubare la collettività con la stessa facilità con cui, un tempo, si richiedeva un rimborso online.




